Brunori Sas – L’albero delle noci

Recensione del disco “L’albero delle noci” (Island Records, 2025) di Brunori Sas. A cura di Angela Denise Laudato.

Il giorno di San Valentino, nel bel mezzo dei lustrini della kermesse sanremese, che lo ha visto sul podio in terza posizione, Dario Brunori, in arte Brunori Sas, ci ha regalato una nuova opera, intitolata “L’albero delle noci”

Un album necessario. Queste sono le prime parole che sento di dover fermare subito, mentre ascolto le dieci tracce dell’album. Necessario nello scenario pop italiano contemporaneo per tutta la poesia che il suo approccio cantautorale riesce a trasmettere e di cui abbiamo sempre urgente bisogno. 

Simbolo di questo nuovo viaggio in musica è, appunto, l’albero delle noci, da cui il disco (e la canzone presentata quest’anno sul palco del Festival di Sanremo) prende il titolo; in copertina, su uno sfondo giallo, troviamo al centro una noce blu. L’albero richiama il desiderio di restare ancorato coi piedi per terra, metafora antica di radicamento e appartenenza al suolo, nonostante il flusso mutevole delle stagioni che si alternano ciclicamente, incuranti della vita degli uomini. 

“L’Albero delle Noci” è composto da dieci tracce, dieci racconti frammentati, dieci tessiture narrative che svelano, con poesia, innumerevoli fragilità taciute per troppo tempo. L’universo narrativo di Brunori spazia dalla genitorialità al viaggio emotivo in tutti quei legami affettivi che col tempo cambiano forma e sfuggono ad ogni tentativo di definizione. La poetica del cantautore cosentino risulta pacata e delicata; tagliente e spietata. Ogni singola nota e parola diventa un portale verso sentimenti e riflessioni intime, ma al contempo universali, sul cambiamento, sulla rinascita o, più semplicemente, sulle stagioni della vita che, come foglie di un albero di noci, germogliano e poi cadono col vento d’autunno. Dario Brunori conferma, ancora una volta, una raffinata capacità di mescolare insieme generi diversi come pop, folk e tradizione cantautorale italiana e lo fa alternando poesia ad ironia, introspezione ad osservazione sociale. Il tutto viene amplificato dal felice sodalizio artistico con Riccardo Sinigallia, produttore e complice artistico dell’intero progetto.

«Non ascoltatelo tutto insieme, mi raccomando, perché potreste non reggerlo» – ha dichiarato ironicamente il suo autore. E, in effetti, “L’Albero delle Noci” non è sicuramente un disco da ascoltare distrattamente o con superficialità. I brani che lo compongono hanno bisogno di tempo per diventare aria nei polmoni dell’ascoltatore. 

Il viaggio nell’universo di Brunori inizia con la prima noce, la struggente Per Non Perdere Noi, ballata indie cantautorale (vecchia scuola, quella vincente!) che riflette sui cambiamenti che le sferzate del tempo inevitabilmente infliggono all’amore: “Alla fine dei conti non è nemmeno l’amore / il punto della questione / è quasi un’ostinazione / a tenere in piedi un sogno, un ideale”. I toni sono malinconici e suggeriscono la nuova fragile consapevolezza di non volersi perdere, nonostante tutto, di tenersi stretti anche se c’è vento forte, come diceva qualcuno – “Siamo stati due eroi / A non perderci, noi”. Seconda noce, la dolcissima title track, presentata a Sanremo 2025, è il vero e proprio cuore pulsante dell’intero disco. L’immagine dell’albero delle noci, testimone silenzioso della quotidianità di Dario, è avvolto dal suono semplice della chitarra, che segna il battito della paternità, in quella che è una dedica mai esplicita, mai urlata alla figlia: “E tutta questa felicità forse la posso sostenere / Perché hai cambiato l’architettura e le proporzioni del mio cuore / E posso navigare sotto una nuova stella polare”

Il viaggio continua con una terza noce, La Ghigliottina, sarcastica e diretta denuncia all’ipocrisia della nostra società, tra ritmo serrato e vortice di immagini e disillusioni: “Ti vedo un po’ stanco, maschio etero bianco / Tra ricatti morali, colpe ancestrali, monete di scambio / Tu vorresti tornare di nuovo ai bei tempi di mamma e papà / Perché ti sembra normale che non sia normale la diversità”. La vita com’è, quarta noce, candidata nel 2024 al David di Donatello come miglior canzone originale, è stata la colonna sonora del film “Il più bel secolo della mia vita” di Alessandro Bardani. Il brano, con le sue sfumature folk, ci pone, inermi, di fronte a riflessioni ed interrogativi senza risposta: “Avere vent’anni o cento / Non cambia poi mica tanto / Se non riesci a vivere la vita com’è”.

Si continua con il sarcasmo agrodolce di Pomeriggi Catastrofici, brano accompagnato dalle note severe del pianoforte. I ricordi d’infanzia e di riti familiari si alternano malinconici e ingenui: “La vita è proprio una vera meraviglia / Se stai con la famiglia niente ti può accader / Se stai sempre in famiglia niente mai ti accadrà”. Sesta noce, Il morso di Tyson, richiama il celebre morso di Mike Tyson a Evander Holyfield nel 1997 per rappresentare metaforicamente l’ultimo disperato tentativo di salvare una relazione a brandelli. I toni ricordano molto Per due che come noi e, in fondo, mi piace pensare siano due capitoli della stessa storia. “Meno male che ci siamo voluti bene / Quando tutto era possibile / Persino credere all’amore / Al grande amore”

Fin’ara luna è un intermezzo in dialetto cosentino, impreziosito da un arrangiamento delicato che la fa suonar a metà strada tra una filastrocca e una struggente ninna nanna. Il brano sa di casa, un amore lungo una vita, appartenenza e (soprattutto) assenza; una lettera delicata e disperata a “Maria”, oltre il tempo e lo spazio: “Vulissi a caminà fino a la luna / Ma sentu ‘stu duluri chi un mi fa’ respira’ / Ti nni sì ghiuta senza fa’ rumore / E mm’ha lassatu sulu cca, comu nu baccalà” – impossibile, almeno per me, non pensare alle ballads di Murolo. I toni cambiano drasticamente quando ci troviamo tra le mani l’ottava noce, Più acqua che fuoco. Le sonorità rock sono enfatizzate dalla voce di Brunori, che qui si fa rabbiosa, dalla batteria e da una chitarra scalpitante. Il brano riflette sul passare del tempo e sul cambiamento che questo impone ai sentimenti: “L’amore, l’amore, l’amore è più acqua che fuoco / Più acqua che fuoco / Il desiderio dura un istante / L’amore, l’amore, l’amore è una cosa devastante”

Luna Nera, penultima noce, è un brano notturno, uno dei più malinconici e poetici del disco. Dario chiacchiera con la luna, come il pastore errante dell’Asia nel suo canto notturno: “Luna, non piangere, dai / Non ti ci mettere anche tu / Che la notte è già troppo buia / E non ti vedo più”. Ultima noce del disco, Guardia Giurata, è un brano intimo e senza fronzoli, quasi narrativo nelle sue implorazioni alla guardia giurata dell’ospedale, che richiama alla memoria la rigidità dei regolamenti del periodo della pandemia da Covid: “E in una stanza d’ospedale, come la sera di Natale / Io, tu e tua madre, per tutta la vita / Con tutto l’amore”.

“L’albero delle noci” di Brunori Sas è un racconto intimo, delicato e umano, che lascia in mano gusci, gherigli di noce e riflessioni oscillanti in un equilibrio precario tra poetica raffinata, sogni luminosi e inquietudini irrequiete. E non è forse questa la felicità?

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