Amenra – With Fang and Claw / De Toorn

Recensione degli EP “With Fang and Claw” e “De Toorn” (Relapse Records, 2025) degli Amenra. A cura di Emanuela Carsana.

C’è un punto nella vita in cui il dolore smette di essere solo un’esperienza e diventa un linguaggio a sé, qualcosa che ti attraversa e si imprime nella memoria. Gli Amenra lo sanno, lo hanno sempre saputo. Il dolorenon è solo un tema ricorrente: è il fulcro della loro esistenza artistica. 

Con “With Fang and Claw” e “De Toorn”, la band belga prosegue il suo percorso fatto di cicatrici e rituali sonori, due EP che non si limitano a raccontare la sofferenza, ma la fanno vivere, incidendola nella pelle.

Forlorn non è l’inizio, ma il punto in cui ti rendi conto di questo passaggio. Non puoi far altro che assimilarlo, per poi trasformarlo in qualcos’altro. Il suono è imponente, spoglio di ogni orpello, ridotto all’essenziale: chitarre granitiche, percussioni marziali, una voce che è più invocazione che canto. Salve Mater, il mantra si ripete ossessivamente: “through the wound comes salve”. Attraverso la ferita, arriva la salvezza. Ma non c’è altra via che attraversare il dolore. 

La voce di Colin H. van Eeckhout non cerca consolazione, non ti tende una mano. È un lamento che diventa preghiera, un mantra alla condanna. Una voce matura, sacrale, che si fonde con la pesantezza delle chitarre di Mathieu J. Vandekerckhove e Lennart Bossu. Il ritmo imposto da Bjorn J. Lebon alla batteria è ineluttabile, una marcia che ti conduce dove non c’è ritorno. C’è coesione nei suonitanto che ogni colpo scolpito con la gravità necessaria dà peso ad ogni parola e ad ogni pausa.

Gli Amenra dimostrano ancora una volta che il loro obiettivo è costruire rituali, non dischi.With Fang and Claw” e “De Toorn” non sono due opere separate, sono un solo corpo, un’unica ferita che si apre e si chiude, che guarisce solo per sanguinare di nuovo.

De Toorn è il secondo atto di questo rito, ancora più spoglio, ancora più spietato. Viene trasmesso un percorso che inizia con la perdita, passa per la resa, attraversa la consapevolezza e termina nell’inevitabile sentenza.

Ed è con Heden che credi di intravedere la luce, ma è un’illusione crudele, che non illumina nulla se non il vuoto. Qui gli Amenra spingono il loro linguaggio all’estremo: le distorsioni sono meno dense, ma ogni suono è amplificato nella sua essenza. De Toorn (Talisman), si insinua, ti corrode lentamente. La quercia morta, simbolo di forza ormai svanita, è tutto ciò che rimane. Si erge come un monumento alla rovina, e tu la guardi, consapevole che la tua voce interiore accetta. L’ultima preghiera si dissolve tra gli strumenti, e resta solo il vuoto.

Gli Amenra non offrono risposte, non cercano conforto. Ti lasciano solo con una certezza: il dolore è l’unico linguaggio che rimane, quando tutto il resto è stato ridotto in cenere.

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