Psychonaut – World Maker
Recensione del disco “World Maker” (Pelagic Records, 2025) dei Psychonaut. A cura di Emanuela Carsana.
C’è un punto in cui la luce non consola più, ma attraversa. Dove il dolore smette di essere un confine e diventa un ritmo interno, un battito che non si lascia misurare. È lì che “World Maker”, il nuovo album dei Psychonaut, prende forma: come un respiro sospeso tra nascita e dissoluzione.
La band belga torna dopo “Violate Consensus Reality” con un disco che non grida, ascolta. È un’opera che rifiuta la grandiosità del passato per esplorare un’intimità quasi mistica: un viaggio nel quale la psichedelia anni ’70 si fonde alla densità spirituale del post-metal, in una continua ricerca di equilibrio tra materia e spirito. Le chitarre si piegano in cerchi di luce, costruiscono e distruggono, mentre la voce di Stefan De Graef vibra come una preghiera spezzata. In And You Came With Searing Light il grido diventa genealogia — la morte di un padre, la nascita di un figlio, il momento in cui la linea della carne si piega per lasciare passare la memoria.
“World Maker” è un disco che respira come un corpo. Origins ne rappresenta il cuore pulsante, sei minuti di sospensione pura, dove la chitarra si apre e si richiude come un diaframma. La tabla introduce un tempo circolare, il suono della terra che vibra sotto la pelle dell’uomo. In Stargazer il dolore diventa trasfigurazione: la morte come liberazione, come spazio da ridisegnare, <<tear your cage open; redesign>>.
Gli Psychonaut non cercano più la catarsi, ma la consapevolezza.
Ogni riff si scioglie in eco, ogni pausa è una ferita che respira. Le linee di basso di Thomas Michiel e la batteria di Harm Peters non costruiscono muri: disegnano orbite, distanze, ponti tra silenzio e vertigine.
È un album che vive di contrasti — tra erosione e rinascita, tra peso e sospensione, tra il suono che sprofonda e la voce che ascende.
Ciò che resta, alla fine, è la sensazione di essere stati testimoni di qualcosa che non si può dire del tutto: la creazione di un mondo che si sgretola e si ricompone in sé stesso. Un disco che non esplode, ma si apre lentamente — come un occhio che si abitua alla luce dopo la notte.“World Maker” non costruisce solo mondi. Li restituisce.




