Arch Enemy – Blood Dynasty

Recensione del disco “Blood Dynasty” (Century Media, 2025) degli Arch Enemy. A cura di Luca Gori.

Dopo più di trent’anni di distinta attività nella scena metal globale, più che una band la formazione svedese è ormai un marchio distintivo di idiosincrasie e passaggi obbligati. E così anche l’ultimo arrivato in casa Arch Enemy, il dodicesimo, non può che confermare il teorema.

Blood Dynasty” presenta tutti i sintomi del caso: riconoscibilità al primo ascolto, sensazione di deja vu e quella familiarità da paesotto e lievemente fuori luogo che abbiamo solo con chi ha frequentato in adolescenza e non rivediamo più molto spesso. In questo senso ha pienamente ragione l’imperturbabile Michael Amott, fondatore e chitarrista della band, quando afferma che “Blood Dynasty” ha qualcosa che realmente segna una forte distanza con i lavori precedenti, e che questa distanza è misurabile attraverso il netto incremento della velocità media delle composizioni. È così rispetto al precedente “Dream Stealer” che aveva segnato un ritorno alle sonorità del primo periodo della band ci troviamo di fronte a un nuovo punto di svolta. Nel giro strettissimo di due album ci troviamo a contemplare l’intera produzione degli Arch Enemy in tutta l’estensione della sua variabilità. E appunto, come quando si incontrano i vecchi compagni di scuola, non li riconosciamo più, senza che realmente sia cambiato nulla.

Esemplare in questo senso Don’t Look Down, un brano completamente Arch Enemy, da cima a fondo, ma come suonato allo specchio dalla band che rilegge sé stessa. Una cover dei Blaspheme, un gruppo hard rock francese degli anni Ottanta, intitolata Vivre libre,  con l’ottima prova di Alissa White-Gluz alla voce, è dal canto suo la riscrittura di quella storia se fosse stata vissuta da Jon Bon Jovi. Più deatheggiante il resto del disco, in particolar modo la title track che sperimenta giri melodici difficili da ascoltare nel giro stretto degli amici della scandinavia. Capita poi, ascoltando di imbattersi in oggetti sonori dalla aggressività pronunciata e dal retrogusto glam come Illuminate the Path che fa il paio con la ossessiva Pendulum nella quale la band si diverte a costruire progressioni melodiche à la Strokes, il tutto ben incartato in una guaina epic. 

Blood Dynasty” insomma non dice niente di nuovo anche se prova a dirlo in un modo sghembo e inusuale, almeno rispetto ai modi usuali della band svedese. Si tratta insomma di fare quello che si sa fare, senza strafare e nel miglior modo possibile. Gli Arch Enemy si risvegliano insomma in una specie di Candido volteriano, dove ognuno ha il proprio posto e dove ognuno deve continuare a coltivare il proprio orticello per quanto duro possa essere. Faremmo bene ad ascoltare ancora una volta il saggio Ammott, il quale afferma senza mezzi termini: “Non stiamo cercando di reinventare la ruota. Stiamo solo scrivendo la migliore musica possibile“.

Che in questi tempi in cui il metal si fa soffice e sottile, tanto da scomparire, è già una notiziona.

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