La Niña – Furèsta
Recensione del disco “Furèsta” (BMG, 2025) di La Niña. A cura di Angela Denise Laudato.
Se un disco del genere fosse stato pubblicato fuori dall’Italia avrebbe ricevuto il plauso incondizionato di critica e pubblico e probabilmente si sarebbe gridato al capolavoro. In Italia, invece – e purtroppo, ahimè! – non si sta riconoscendo la giusta portata innovativa a La Niña e al frutto del suo nuovo lavoro: “Furèsta”.
La Niña, al secolo Carola Moccia, torna con disco di sonorità ataviche e primordiali che profumano di Napoli e di Mediterraneo. Rispetto al precedente “Vanitas”, qui le tradizionali narrazioni folkloristiche vengono ulteriormente destrutturate e vengono esplorate le radici più profonde della musica popolare, definendo i confini di quello che è a tutti gli effetti un racconto musicale corale. Prodotto insieme al compositore e polistrumentista Alfredo Maddaluno, “Furèsta” richiama a sé l’idea di selvaggio, libero, indomito. L’uso della lingua napoletana amplifica le ritmiche, le contraddizioni e le emozioni disarmanti dei suoi brani. La voce di La Niña ci fa oscillare tra sacro e profano, tra istinto ed estasi, come se portasse avanti un dialogo impossibile con le voci del passato che nel presente vibrano di inquietudine, passione, metamorfosi.
C’è nel disco una cura e un’attenzione per i suoni che non passa certo inosservata: pulsazioni elettroniche, stratificazioni vocali di cori femminili e canti popolari, strumenti della tradizione partenopea – chitarra battente, chitarra classica, mandolino, tamburi a cornice, nacchere e tammorra -, composizioni rituali e percussioni arcaiche. Ogni cosa è sapientemente incasellata, come fossero pezzi di un enorme mosaico bizantino dai colori cangianti. Ad impreziosire ulteriormente questo mosaico canoro, le preziose collaborazioni con artisti come KUKII, cantante e produttrice egiziano-iraniana, e Abdullah Miniawy, caleidoscopico artista egiziano.
Dieci tracce che raccontano dieci diverse storie tenute insieme da una copertina raffigurante il ritratto di Carola su un tamburello, come fosse una popolana qualunque dallo sguardo triste o una languida figura femminile di un quadro del Caravaggio, che emerge nel buio delle ombre con la sua luce. La prima storia raccontata è Guapparìa, dura denuncia sociale a tutti quei processi che consumano nel profondo la terra e la cultura, incentrata sulla tradizionale figura del guappo, tipica della cultura napoletana: “Guapparia ‘e miez ‘a via / Sprang’ ‘e fierro e croce d’oro / Tien’ ‘e sant’, crire ‘a Ddio / Ma nun chiagne pe’ chi more”. Segue ‘O ballo d’ ‘e ‘mpennate, inno popolare, brano dal carattere rituale il cui suono è stato realizzato con gli zoccoli dei cavalli per riprodurre lo scalpito cadenzato della corsa, che donano un’energia primitiva, oscura e visionaria. Il ritornello è un grido martellante e ripetitivo, quasi tribale, privo di alcun tipo di significato semantico.
Ahi! è una traccia malinconica e struggente, il canto d’amore disperato di un cuore ferito: “’Stu core malato ca nun vò guarí / Da quanno è ferito dice sulo accussí / Ahi ahi ahi ahi ahi ahi ahi / Ahi ahi ahi ahi ahi ahi ahi /’Stu core pentuto ca nun vò durmí / Se crede fernuto e mo canta accussí / Ahi ahi ahi ahi ahi ahi ahi / Ahi i ahi ahi ahi ahi ahi”. L’uso ciclico del suono “ahi” enfatizza il lamento ed è evocativo della sofferenza amorosa. I suoni si ispirano alle tonalità del bolero, danza spagnola nata alla fine del XVIII secolo, da sempre fonte di contaminazione per la cultura musicale partenopea. Arriva Oinè, traccia dal forte impatto lirico e simbolico, sospesa a metà strada tra l’incubo e il sogno dove troviamo il miagolio di un gatto e l’incontro con un serpente che vuole rubare le rose da un giardino profumato. Il linguaggio usato è crudo e diretto, tipico della tradizionale violenza verbale della canzone popolare napoletana.
Le succede Tremm’, brano intenso che ha visto la collaborazione di KUKII. La traccia si ispirata simbolicamente al fenomeno del bradisismo di Pozzuoli e di tutta l’area dei Campi Flegrei, vessati da continue scosse sismiche, che accentuano quel senso di vulnerabilità e precarietà di cui è pregna la città partenopea. Una sorta di tammurriata dalle sonorità distorte e dalle percussioni ossessive – per riprodurre l’effetto del fruscio delle scosse sono stati utilizzati i capelli di Carola, sbattuti sui tamburi – che evocano i boati di un continuo terremoto, fuori e dentro di sé. “C’est sûr les signеs ne trompent pas / Ce qui se sait ne se voit pas / C’est dehors et dedans dans le même temps /Je crois que j’aime ça toute sorte de tremblements” – e così il brano diventa un atto di meditazione sulla fragilità umana, che trova pace nell’atto anarchico della resa.
Chiena ‘e scippe è una traccia piena di graffi e immagini evocative e nostalgiche dell’infanzia, sviluppate sull’alternanza di Re Minore e Re Maggiore, tipica della tradizione napoletana: “’O viento m’ha purtato / Na carezza d”o passato / Chiudo ll’uocchie annanze ê rose / Quanno voglio vedé a tte”. Segue Mammama’, ballad che ha i toni del lamento e della supplica. La voce si fa unico strumento del racconto autobiografico di abusi verbali e manipolazioni e il coro, come fosse un riflesso della voce si fa eco in un disperato atto di salvezza: “Senza pietà / Vien ‘e me faje nnammurà / Primma ‘e m’avvelenà / Senza pietà / Spiezz’ ‘stu core a metà / Comm’ e ‘na mela / Manco ‘nu serpente tene / Tutto ‘stu veleno ‘ncuorpo”.
Figlia d’ ‘a Tempesta è un brano potente sulla vicenda universale della stigmatizzazione femminile, un manifesto di forza e resilienza. La voce di Carola trasuda rabbia viscerale mentre elenca i ruoli imposti da sempre, generazione dopo generazione, alle donne: “Pecché so’ nata femmena, pecché so’ nata / Ce sta chi me vò prena, chi me vò ‘nzurata / So’ figlia d”a tempesta e nun me ponno ‘ncatenà / Faciteme passà, faciteme passà”. L’impianto ritmico e corale, arricchito da strumenti tradizionali come il clavicembalo, il mandolino, i tamburi e la chitarra battente, regala una carica universale, un inno di tutte le figlie della tempesta, che va oltre ogni geografia ed epoca storica.
Sanghe, insieme a Abdullah Miniawy, è un brano poetico e visionario in cui arabo e napoletano si inseguono fino ad intrecciarsi indissolubilmente per raccontare gli orrori dell’uomo che da sempre si sporca le mani di sangue: “’O sanghe nun perdona maje / Nun scorda maje / D’ ‘e mmane ca’ s’hanno spurcat’ / Sulo atu sanghe ‘e pò lavà /سويليشفايفكفرحتيبيك / لميعدبالأرضأيمٌيحتويك”.
A chiudere il disco troviamo l’onirica Pica Pica, che trae il titolo dal nome scientifico della gazza ladra nonché tipica espressione napoletana che indica caparbietà nel compiere un’azione. La traccia si presenta come una sorta di rito liberatorio che si conclude con una lunga registrazione ambientale delle gazze, tracciando un congedo che sa di libertà e continuità nel tempo: “Ogge nun è l’urdemo juorno / Ca t’hê ‘a scetà / E, si pure fosse, tu pienze a cantà”.
“Furèsta” è un disco capace di delineare una nuova mitologia polifonica. Un progetto allegorico fuori dal tempo e dallo spazio, che sfonda la dimensione dell’universalità e dell’immortalità dell’arte. Misticismo e ribellione, sacralità e sperimentazione, La Niña è una madonna a piedi scalzi che balla la tarantella in una chiesa sconsacrata, dando voce a tutte le figlie della tempesta e alle loro storie di rabbia, malinconia e dolcezza.




