Carmen Consoli – Amuri Luci
Recensione del disco “Amuri Luci” (Narciso Records / ADA Music Italy / Warner Music Italy, 2025) di Carmen Consoli. A cura di Chiara Crisci.
Più o meno al centro del Mediterraneo, di quel Mare Nostrum che unisce e mai dovrebbe separare le terre tra cui si frappone, c’è un’isola tricuspide, tutta avvolta nella sua aura fascinosa di mito e mistero, crocevia di genti, navi, idee, racconti fantastici, delizie e tesori, sede prediletta e amata da dèi e da mortali fin dalla notte dei tempi, da cui giunge l’eco lontana di un canto antico ed eterno. La voce fiera e autorevole, eppure materna e mansueta, che intona questo canto è quella della “Cantantessa”.
Con “Amuri luci”, il suo nuovo lavoro discografico ambizioso, raffinato e controcorrente, lontano da ogni logica di mercato, Carmen Consoli effettua una ricerca archeologico-filologica per far riemergere dalla polvere le radici della sua piccola storia personale e quella della sua isola e rivendica il legame atavico con la Sicilia, terra di meraviglie lacerata dal pianto elegiaco che ancora si sente in lontananza.
Gli intenti della cantautrice catanese sono chiari fin dal titolo dell’album, un accostamento asindetico di parole chiave allitteranti con tipico vocalismo dialettale siciliano: amuri rimanda all’idea più autentica e profonda dell’amore, mentre luci va inteso metaforicamente come la luce della conoscenza, come verità, bellezza. L’amore e la luce della verità si caricano, però, di valenze universalistiche e diventano monito a restare umani, a ricordarci cosa siamo.
Tutto il disco, pensato come il primo capitolo di una trilogia, scritto, arrangiato e suonato in presa diretta nella sua casa di campagna, sotto l’Etna, con una ricerca meticolosa anche negli strumenti, come gli elementi tipici della tradizione del canto popolare siciliano (percussioni arcaiche, cori, timbri mediterranei) e/o una chitarra di metà Ottocento appartenuta a un’antenata, simbolo di continuità generazionale con il passato, è un’ode potente alla lingua siciliana e alla ricchezza della storia linguistica della Sicilia. L’album è, infatti, è prevalentemente cantato in siciliano, con inserti in arabo, latino e persino in greco antico. La prevalenza del siciliano risponde ad una precisa scelta artistica, seppur così poco discografica (come Carmen ha provocatoriamente affermato, “le radio italiane non la passano manco in italiano!”), di riconnettersi con la propria identità culturale e ad una esigenza espressiva di impegno sociale. «Il siciliano tira fuori il mio spirito critico, forse la mia parte più impegnata socialmente e politicamente, più polemica…Il siciliano mi tira fuori il blues. Infatti, i canti di terra nascono per esprimere un disagio». Se la sua produzione discografica in italiano, quasi sussurrata, corrisponde al canto dei moti interiori, dunque, il siciliano si impone come lingua di denuncia.
Nella sua operazione di scavo stratigrafico, condotto a più livelli, contaminando le origini musicali mediterranee con la matrice folk – rock e la sua vena cantautorale, la Cantantessa riporta alla luce, per sottrarle alla dimenticanza del tempo e alla memoria corta degli uomini e consegnarle alle nostre cure, storie di ingiustizie e resistenza, di dolore e di amore, di migrazioni e di conflitti passati e presenti, di uomini che lottano e donne che scrivono, di madri che piangono, di terre insanguinate che gridano giustizia con anche solo l’ultimo filo di voce.
La title track, così, conserva la memoria di Peppino Impastato (1948-1978), giornalista e attivista politico vittima della mafia negli anni ‘70, attraverso gli occhi bambini del fratello Giovanni, a cui la canzone è dedicata, il quale per tutta la vita ha continuato a portare avanti le battaglie e l’eredità del fratello. Il brano, caratterizzato dalla ritmica incalzante e dal suono ipnotico del friscalettu (strumento a fiato tradizionale siciliano), alterna la rievocazione dell’infanzia spensierata degli Impastato, al dolore del sopravvissuto Giovanni che raccoglie ancora i brandelli del corpo dilaniato dell’amato fratello e ne rinnova la voce. Alla storia di Peppino fa da pendant tematico e semantico quella del poeta siculo-arabo di XI secolo Ibn Hamdis, esiliato dalla terra natale e costretto a vagare per il Mediterraneo, dopo la conquista della Sicilia da parte dei Normanni. Il brano Terra di Hamdis, dalle evidenti sonorità orientaleggianti, si arricchisce di versi in arabo e della voce calda di Mahmood, in un canto sia di angoscia dell’esule costretto a lasciare la patria sia di estrema preghiera al vento, affinché spenga l’inferno della guerra, spazzando via gli eserciti armati dal “dio denaro” e facendo piovere semi di pace. Le peregrinazioni e il grido di Hamdis si attualizzano e risemantizzano, diventano simbolo delle migrazioni, del sangue, delle voce e del pianto, dell’inferno nelle terre funestate oggi da una guerra mondiale frammentata.
Carmen, richiamandoci alla responsabilità collettiva, sembra chiederci se non ci siano bastate le guerre globali della storia recente. Lo fa a modo suo, rielaborando le parole del poeta siciliano Ignazio Buttitta (1899-1997), che, appena sedicenne, da soldato nelle trincee del Carso, aveva ucciso un ragazzo tedesco e, trovandogli in tasca una foto della madre con nome e indirizzo, aveva provato a scriverle una lettera che non ebbe mai una risposta. Di qui, nasce Mamma tedesca, che empatizza col pianto di un’altra madre privata del figlio dall’odio e dalle bombe, durante il primo conflitto mondiale. Un’altra banalissima guerra, l’ennesima, che crocifigge figli e sacrifica le madri sull’altare del bieco interesse. Contro la banalità del male, Parru cu tia, con la partecipazione e il contributo di Jovanotti (con un inserto hip hop in italiano che rafforza il messaggio di azione e consapevolezza), basata su un altro testo di Ignazio Buttitta, è un inno alla ribellione contro i soprusi dei potenti, che esorta gli ascoltatori a non subire la storia, ma a prendere una posizione.
L’operazione di recupero e studio filologico e di riuso creativo di testi poetici non si ferma qui: il fil rouge della tematica amorosa attraversa altri brani con risultati altrettanto sorprendenti. Innanzitutto, riemergono dai meandri della tradizione testuale due poetesse, due voci siciliane lontanissime tra loro nel tempo, vicinissime nella sensibilità del descrivere la fenomenologia della passione d’amore.
Qual sete voi? a due voci, con il giovane tenore del Maggio Musicale Fiorentino, Leonardo Sgroi, mima la tenzone poetica con dialogo a distanza tra Ispirato allo scambio epistolare tra la poetessa Nina da Messina (XIII sec. d.C.), prima donna a poetare in volgare siciliano il sentimento amoroso, secondo i canoni dell’amor cortese, legata all’esperienza prodigiosa della scuola poetica della corte di Federico II di Svevia, e Dante da Maiano (XIII sec.), esponente della corrente dei rimatori siculo-toscani. Con Nimici di l’arma mia si rievoca, invece, Graziosa Casella (1906-1959), scrittrice e poetessa catanese del primo Novecento, donna libera e passionale. La canzone esprime tutta la malinconia e il dolore per la fine di un amore: i giorni vuoti senza amore sono nemici della sua anima. Di quella rosa colta in passato, restano solo spine.
Incastonato preziosamente al centro della tracklist, c’è un dittico di brani unici che attinge all’inesauribile bacino collettore del mito antico greco. A sorpresa, si susseguono Bonsai #3, completamente in lingua latina, e Γαλάτεια (Galáteia), in greco antico. Il viaggio nel tempo e in una dimensione altra e fiabesca si sublima nella vicenda dell’amore infelice del ciclope Polifemo per la Nereide Galatea, a cui fa da sfondo, nella poesia bucolica antica, l’amenità della campagna etnea, calata in una estate sempiterna. La Cantantessa ripropone, dopo uno scroscio d’onda del mare, frammenti degli esametri delle Metamorfosi di Ovidio (I sec. a.C.- I sec. d.C.) e alcuni versi dall’Idillio bucolico XI, Il Ciclope, del poeta ellenistico siracusano, Teocrito (III sec. a.C.) che, per primo, ha inserito, nella tradizione della vicenda dell’incolto e crudele ciclope omerico, il motivo dell’amore per la ninfa che, benché non corrisposto, aveva ingentilito il suo animo, riducendolo alla stregua di un innamorato qualsiasi che cercava di vincere le resistenze dell’amata con il suo lamento in riva al mare. La bianca Galatea, però, non amò mai il mostro, essendo già innamorata del pastore Aci. Degli esiti successivi e letali della gelosia di Polifemo, pare che si parlerà nei prossimi album della trilogia.
Oltre ai livelli storico – letterari dell’indagine stratigrafica della sua isola, l’artista scava nel ventre della terra e si serve della tradizione sapienziale di modi di dire popolari che offrono occasione di denuncia sociale e assurgono a precetti morali validi universalmente, tracciando tipi umani vili e riprovevoli. Così avviene per l’opportunista di Unni t’ha fattu ’a stati, che viene invitato a non farsi vivo solo quando i tempi di burrasca sono passati, o il narciso manipolatore di 3 oru 3 oru, che col suo gioco delle tre carte raggira moglie e figlio, senza mai assumersi le proprie responsabilità. Infine, Comu veni veni ci mette in guardia dall’ineluttabilità del destino e ci invita ad accettarlo così come viene.
“Amuri luci” è un disco strano, complesso. Al primo ascolto, ti ritrovi a piangere, pur senza afferrare se non qualche parola sporadica. Colpisce e accoglie nella maniera più autentica e istintiva. In seconda battuta, ti avvolge e trascina nel suo viaggio nel tempo e ti consegna un’eredità culturale arcana viva e fulgida come la voce che la veicola, quella di una donna fiera e autorevole, eppure materna e mansueta, che ci chiede perentoriamente e con urgenza di prestare orecchio e occhi al mondo che brucia.




