Dean Wareham – That’s the Price of Loving Me
Recensione del disco “That’s The Price of Loving Me” (Carpark Records, 2025) di Dean Wareham. A cura di Fabio Gallato.
Dean Wareham ha sempre raccontato i sentimenti senza fronzoli, senza illusioni, con quello sguardo disincantato che lo ha reso una voce unica nell’indie rock. Dai Galaxie 500, che a fine anni ’80 hanno contribuito a ridefinire il dream pop con la loro malinconia sospesa, ai Luna, con cui ha cesellato un suono elegante e crepuscolare negli anni ’90, la sua musica è sempre stata il riflesso di un’anima in bilico tra romanticismo e disillusione. Ma la carriera solista di Wareham è tutt’altro che prolifica: “That’s the Price of Loving Me” arriva a sei anni dal suo ultimo album e si presenta come un disco intimo e spietato, il resoconto di una crisi sentimentale senza possibilità di redenzione.
Non c’è traccia di rabbia o di struggimento teatrale nella musica di Wareham: le canzoni scorrono con una lentezza quasi anestetica, un racconto distaccato che diventa più doloroso proprio perché privo di esplosioni emotive. È la cronaca di un amore che si spegne nel silenzio, nella consapevolezza che non basteranno né i ricordi né le promesse a rimettere insieme i pezzi. Anche i titoli parlano chiaro: Cashing In è l’amara presa di coscienza di chi ha dato tutto senza ottenere nulla in cambio, The Past Is Our Plaything sembra alludere a quei momenti in cui i ricordi diventano un gioco crudele, mentre I Don’t Know What to Do With Your Memory non lascia spazio a troppe interpretazioni. E poi c’è il titolo stesso, “That’s the Price of Loving Me“, che suona come una sentenza: tutto ha un prezzo, e spesso è quello di restare a mani vuote.
Le melodie essenziali, le chitarre leggere e i sintetizzatori sfiorati con discrezione non addolciscono la pillola, ma anzi ne amplificano il retrogusto amaro. Elle, uno dei momenti più delicati e struggenti del disco, evoca una nostalgia insopprimibile e la voce di Wareham, che si muove su arpeggi sospesi, rende bene l’idea. E se Doppelgänger ha un incedere più cupo, con una tensione latente che suggerisce il peso di una relazione che ha lasciato più dubbi che certezze, The Last Word chiude il disco con un’atmosfera quasi spettrale, come se fosse una lettera mai spedita, un pensiero lasciato a galleggiare nell’aria senza la speranza di una risposta. In questo disco Wareham non cerca mai la catarsi e non lascia nemmeno spiragli di speranza: non sono le soluzioni quelle che interessano all’artista statunitense, ma raggiungere la consapevolezza che certe storie spesso non finiscono con epilogo memorabile nel bene o nel male, ma si dissolvono lentamente, quasi in silenzio, lasciando solo il peso di ciò che non c’è più.
“That’s the Price of Loving Me” non è un disco che consola, non è un abbraccio né una rassicurazione. È un viaggio caustico dentro il disincanto, un album di musica cinica, e per questo mai così sincera.




