Planning For Burial – It’s Closeness, It’s Easy

Recensione del disco “It’s Closeness, It’s Easy” (The Flenser, 2025) di Planning For Burial. A cura di Fabio Gallato.

Alcuni dischi raccontano storie; altri somigliano a stanze in cui si resta a lungo, in silenzio. “It’s Closeness, It’s Easy” è una di quelle stanze: buia, densa, piena di echi e pensieri a cui non è facile dare forma con le parole.

Thom Wasluck, unico autore dietro il progetto Planning For Burial, torna con un album che è una ragnatela di umori, un flusso di coscienza ineluttabile. Siamo nei territori dello shoegaze e dei suoi infiniti, affollati derivati. Lui lo chiama gloomgaze: una miscela di shoegaze, ambient e metal, in cui i suoni si stratificano e si depositano lenti, come polvere su mobili antichi. Manco a dirlo, siamo a casa di The Flenser, etichetta diventata riferimento assoluto per chi nella musica cerca il male di vivere, o forse una qualche risposta.

Compatto, soffocante, quasi senza spiragli, “It’s Closeness, It’s Easy” è più fisico e tangibile del precedente “Below the House“, ma meno melodico e immediato. Sono passati otto anni, d’altronde, e un cambiamento era inevitabile, forse perfino atteso. I brani si susseguono come blocchi di materia sonora, rigidi come marmo, intervallati da intermezzi ambient e drone che ne rallentano il passo, spostando l’ascolto su un piano più sensoriale che razionale. È un lavoro pensato per dare sostanza al sentire, in cui ogni traccia sembra parte di un unico lungo sospiro.

Ne è un esempio l’opener You Think, che apre il disco con una percussione secca e una chitarra tremolante, creando subito una tensione fisica che lascia spazio alle parole sussurrate di Wasluck: “Always a mess / Even when I’m not”, un’ammissione che pesa come un macigno esistenziale. Altra tessera significativa è A Flowing Field of Green, più stemperata e meditativa, tra atmosfere rarefatte e riverberi sospesi, culminando in un abbraccio tra malinconia e resistenza, capace di arrestare per un attimo il flusso del dolore che esplode poi come un urlo rabbioso e liberatorio in Fresh Flowers for All Time, dall’incedere sorprendentemente luminoso.

Wasluck mette a fuoco temi che colpiscono nel vivo: la morte di un animale domestico, il decadimento fisico dei genitori, la perdita di lucidità mentale di un amico. Esperienze quotidiane, profonde e dolorose, che si intrecciano senza bisogno di essere dette, perché è il suono a restituire quel senso di fragilità e vicinanza che sfugge alle parole.

Sebbene non ci siano sorprese per chi conosce già questo linguaggio sonoro, “It’s Closeness, It’s Easy“, con il suo approccio lento e profondamente DIY, è uno di quei dischi che aiutano a reggere il peso delle giornate storte. Una stanza, appunto, in cui entrare per ricordarsi che no, non siamo i soli a starci male.

Post Simili