Pyramids – Pythagoras
Recensione del disco “Pythagoras” (The Flenser, 2025) dei Pyramids. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Non è difficile vedere il salto che intercorre tra ‘Transilvanian Hunger’ e lavori come ‘Conqueror’ dei Jesu. Ho invece supposto che le più grandi innovazioni in campo musicale siano arrivate attraverso il female pop e, più nello specifico, nel female neoperreo e reggaeton. Dopo anni passati ad ascoltare extreme metal e harsh noise, questa è stata la mia ground zero per una nuova rinascita.
Capito? Per Rich Loren è da quei due generi lì sopra che passa tutto il nuovo progetto creativo dei suoi Pyramids, band attiva sin dal 2008, anno in cui fecero la loro comparsa nientemeno che tra le fila della leggendaria Hydra Head. Arrivati nel 2025, diciamocela tutta, non si sa più dove pescare per rinfrescare certi generi ma…il reggaeton? Sarò onesto, non c’è genere che mi irriti di più. Manco i dischi di Ghali. Come diceva il direttore di questa onorabile testata parlando di uno dei brani presenti sul disco: “prima o poi sarebbe dovuto accadere”. Vero? No? Chissà. Intanto eccoci qua, con in mano un album che mischia harsh noise, black metal (o gaze) e proprio l’insopportabile genere delle estati più vanziniane del creato.
Per vagliare questa benedetta ground zero Loren chiama alla sua corte la cantante neoperreo Emy Smith, che divide con lui il compito di tessere le trame vocali del lavoro. Partiamo dalla copertina: una mano coronata da unghie bestiali, ipergellate, ultracolorate, affiancate dal logo contorto del gruppo (a opera della nail artist Kro Vargas, aka Krocaine). Non so se farà scalpore tra i trve blackster come quella di “Sunbather” dei Deafheaven ma sicuramente è straniante. Passiamo al disco? Passiamo al disco, un mostro alieno arrivato da non si sa dove. Atterrato in Sud America ma con la fissa della boscaglia gelida che cresce in terra scandinava. I paesaggi dipinti dal quintetto texano sono di un’assurdità unica, pregni come sono di sintomi chitarristici tanto cari ai Jesu di cui sopra, quindi post che più post non si potrebbe, tutto annega nel delirio da “pista da ballo”.
C’è un tocco di genio puro nelle trombe (e i solo di chitarra) texmex che incrinano Mira Mirame Brillar, scannata da pulsazioni blast che vanno in levare e richiamano il ballo, con Smith a svettare e prendere quel female pop per i capelli e tirarlo delicatamente qua e là tra i baluginii rumorosi del pezzo. Dopo due brani copia carbone e ben poco interessanti arriva Bones and Eggshells e l’asse si sposta. Nella traccia numero tre si sente il sapore poptastico squagliarsi delirando in impennate shoegaze, vicino alla new wave u2iana (incarnata nella voce di Loren), se non proprio elegiache che finiscono con l’esplodere in badilate digital hardcore in cui grida e cantato melodico si sposano alla perfezione. Cracks porta in dote un sapore alternative che lascia in bocca sapore di zucchero, ed è ancora quel tocco wave, quasi Radiohead a mandare l’acqua in ebollizione, tra i click saltellanti e crescendo di rumore, ma è God of Light a far scattare la luce, grazie al punto in più dato dalle linee vocali di Smith, vero e proprio apice di tutta la baracca ma che ha decisamente meno spazio di quel che meriterebbe, e allora sì che qualcosa cambierebbe sul serio.
Non sono del tutto certo che questa fusione sia, però, il futuro della musica estrema. Un esperimento, quello sì, ma riuscito a metà, con picchi emotivi molto alti e soluzioni che tendono ad appiattire tutto quanto. Coraggiosi, i Pyramids, bisogna ammetterlo. Ma ci va qualcosa più del coraggio per tirare fuori dal cilindro l’idea che svolta tutto. Basterebbe osare un po’ di più.




