Wyatt E. – zamaru ultu qereb ziqquratu Part 1

Recensione del disco “zamaru ultu qereb ziqquratu Part 1” (Heavy Psych Sounds, 2025) degli Wyatt E. A cura di Sergio Bedessi.

Esce il 10 gennaio per Heavy Psych Sounds Records “zamāru ultu qereb ziqquratu Part 1” (musica dall’interno della Ziggurat – parte prima) di Wyatt E. formazione musicale belga attiva dal 2015, primo passaggio dei già previsti due concept album con i quali si vuole fornire all’ascoltatore una sorta di esplorazione musicale dell’antica Babilonia con riferimenti ad alcuni eventi particolari.

L’album si collega, anche se i riferimenti strettamente storici sono in realtà abbastanza labili, a un episodio ben determinato: l’assedio babilonese di Gerusalemme del 597 a.C., operato dalle truppe di Nabucodonosor II, in conseguenza del quale gli ebrei collegati al re, Ioiachin, furono deportati a Babilonia. Dunque un lavoro musicale che intende parlare di esilio, di emigrazione forzata, e con questo anche dei sentimenti che, idealmente, avrebbero pervaso questa popolazione.

È da notare che quando i Wyatt E. si esibiscono dal vivo lo fanno nascosti da lunghe tuniche nere e maschere di ispirazione bizantina, con lunghe barbe sempre nere, che lasciano intravedere soltanto i loro occhi, conferendo dunque elementi scenici di non poco conto ai live.

L’album, per la realizzazione del quale i Wyatt E. hanno utilizzato anche altri artisti fra i quali spicca, per la magnifica voce, la cantante iraniana Nina Saeidi (in The Diviner’s Prayer to the Gods of the Night) è veramente un prodotto musicale particolare, di difficile inquadramento dal punto di vista del genere: anche se per il tipo di sonorità utilizzate si potrebbe definire al primo ascolto doom, presenta all’interno una tale ricchezza sonora che veramente risulta difficile l’inquadramento all’interno di una specifica etichetta musicale. Infatti all’interno dell’album non mancano riferimenti musicali a motivi più classici, come quello alla sinfonia n. 2 op. 38 del pianista e compositore turco moderno Fazil Say.

Nei circa quaranta minuti di ascolto si ha modo di apprezzare una sorta di fusione musicale, con apporti sia di strumenti acustici che elettronici, un qualcosa che porta l’ascoltatore letteralmente a immergersi in questa musica spettacolare, dotata di sonorità immersive, che partono da una matrice non-occidentale. Musica con una connotazione mistica, peraltro in qualche punto eccessivamente enfatizzata dal momento che si tratta di qualcosa privo di riferimenti effettivi: una ricerca di origini arricchita da interpretazioni personali più che una reale descrizione storica in senso musicale. Si potrebbe azzardare un nuovo genere: Oriental Historical Ambient.

Alcuni pezzi, come Qaqqari Lā Târi Part 1, così ossessivo, metallico con sottofondi ambientali e le conseguenti entrate a tempo, consentono veramente, grazie anche alla lunghezza di oltre dieci minuti, una immersione musicale dell’ascoltatore. Su tutti spicca la già citata The Diviner’S Prayer to the Gods of the Night con Nina Saeidi, dove la voce della cantante intreccia intelligenti parallelismi musicali con i vari strumenti.

In conclusione un album che all’ascoltatore può piacere o non piacere, senza mezze misure, ma che ha il pregio di farlo immergere in una realtà storica antica, di suoni pastosi e trascinanti, ognuno rappresentante le emozioni potenti di chi è costretto ad andarsene dalla propria patria.

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