Ghost Bath – Rose Thorn Necklace

Recensione del disco “Rose Thorn Necklace” (Nuclear Blast Records, 2025) dei Ghost Bath. A cura di Fabio Gallato.

Ormai si sa che il post-black metal – o blackgaze, se si preferisce – non è più terreno di rivoluzioni, anzi, diviso com’è tra chi, come Deafheaven o Alcest, ha imboccato strade personali e irreplicabili, e chi invece si ostina a galleggiare tra manierismo e timidi tentativi di espansione sonora. Un po’ come i redivivi Ghost Bath, che tornano con un’opera che non ha certo la pretesa di riscrivere le regole, ma che ha comunque il pregio di riportare un po’ di nerbo in un progetto che sembrava essersi irrigidito.

Dopo alcuni album interlocutori che li avevano reso fin troppo prevedibile, destino comune a molti nel genere, i Ghost Bath ritrovano qui almeno una certa tensione. “Rose Thorn Necklace” si inserisce perfettamente nel canone del post-black più atmosferico e malinconico, senza però tentare alcuno scarto stilistico significativo. È un lavoro che suona familiare fin dal primo ascolto, ma non per questo del tutto privo di merito. Interessante, ad esempio, è l’uso di sintetizzatori e pianoforte, che aggiungono profondità laddove le chitarre da sole rischierebbero di appiattire una narrazione emotiva che ormai non può più stupire. Meno riusciti, invece, gli inserti ambientali, spesso generici e prevedibili, come se servissero solo a riempire spazi vuoti anziché aggiungere significato.

Rimane comunque evidente quanto “Rose Thorn Necklace” sia un disco che gioca in difesa, rifuggendo rischi ed evoluzione. Qui c’è semmai la volontà di riaffermare un’identità, quella di una band che nei suoi primi due lavori – “Funeral” e “Moonlover” – aveva davvero colpito per sincerità e forza evocativa, e in cui molti avevano creduto davvero. Il tempo poi, e lo scemare della sorpresa iniziale, hanno giocato il loro ruolo nello standardizzare il progetto, e oggi si fa fatica a scegliere se i Ghost Bath funzionino meglio quando rallentano sul versante dello shoegaze, come in Well, I Tried Drowning, o quando spingono sulle ali del black più infuocato, come in Dandelion Tea.

Rose Thorn Necklace” si lascia comunque ascoltare con piacere, soprattutto se si è affezionati al genere, ma è anche la dimostrazione di quanto il blackgaze contemporaneo abbia urgente bisogno di nuove visioni – ormai tutte sulle spalle dei giganti del settore. I Ghost Bath tornano a essere ispirati, sì, ma restano chiusi in una gabbia dorata in cui rimbalza un suono ormai divenuto formula. E le formule annoiano.

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