Midwife & Matt Jencik – Never Die

Recensione del disco “Never Die” (Relapse Records, 2025) di Midwife e Matt Jencik. A cura di Fabio Gallato.

Più gli anni passano, più spesso ci troviamo a riflettere, anche solo per pochi istanti, sul momento in cui saremo costretti a fare i conti con l’assenza di qualcuno a cui vogliamo bene. “Never Die“, frutto della collaborazione tra Midwife (Madeline Johnston) e Matt Jencik – già membro dei Don Caballero e parte della formazione live degli Slint – prova a incanalare questa riflessione in una lunga elegia sonora, introspettiva e dolorosa. È di fatto una meditazione sul lutto, sull’impossibilità di colmare i vuoti che la vita ci scaglia contro.

Il risultato però è meno incisivo di quanto ci si potrebbe aspettare da due artisti così affini. “Never Die” si muove su territori noti a chi già li conosce: ambient etereo, slowcore, droni e qualche sfumatura dream pop. Il problema è che la somma delle parti non aggiunge nulla di davvero nuovo al percorso artistico dei due. È un dialogo tra due universi artistici che però si articola con timidezza, incatenato dal rispetto reciproco: invece di fondersi, i rispettivi linguaggi si affiancano senza mai sfidarsi o contaminarsi davvero, nessuno tra Midwife e Jencik sembra voler cercare il sorpasso o rischiare uno scontro.

Il confronto con “No Depression in Heaven“, poi, l’ultimo lavoro solista di Midwife, rende ancora più evidente la fragilità di questo disco. Nonostante condividano lentezza e minimalismo come elementi strutturali, il disco di Johnston era animato da una costellazione di piccoli movimenti che rompevano la superficie. Qui, invece, tutto resta trattenuto, quasi immobile. Le tracce si avvolgono su sé stesse, come intrappolate in una nebbia che non si dirada mai, e che nell’intento dei due autori è il manto della morte, o della vita senza. Più che un dialogo creativo, dunque, “Never Die” sembra l’estensione sfocata e meno ispirata di una formula già nota, privata però della sua urgenza.

La gravità sonora, per quanto voluta e sicuramente coerente con le intenzioni, finisce per diventare ripetitiva, monocorde, e spesso soffoca quel poco di slancio emotivo che tenta di emergere (The Last Night e Flower Dragon, non a caso i due momenti in cui Johnston e Jencik si distaccano dalla stasi per cercare un movimento più circolare). Si ha la sensazione che il disco si affidi troppo alla suggestione del tema, lasciando che la musica lo insegua senza mai raggiungerlo. Non mancano momenti suggestivi, e l’atmosfera mantiene una sua coerenza, ma non c’è quel cortocircuito artistico che avrebbe potuto rendere l’incontro tra Johnston e Jencik qualcosa di più di un semplice allineamento estetico. “Never Die” confonde profondità con staticità, e intensità con ripetizione.

È certo difficile parlare della morte e rapportarsi con essa, ma a un certo punto bisogna farci davvero i conti. Ed è triste se quei conti li ha già fatti qualcun altro, meglio.

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