Studio Murena – Notturno
Recensione del disco “Notturno” (Island Records / Universal, 2025) dello Studio Murena. A cura di Simona Cannì.
Gli Studio Murena tornano con un disco ambizioso e necessario.
“Notturno” non è solo il seguito di “WadiruM”, è un attraversamento completo del presente – personale e collettivo – è un sogno sporco da cui si esce diversi. È un disco che s’impone e mette un punto fermo perchè scava con i testi e sfida con le strumentali. La scrittura infatti è affilata e carnale, la voce di Carma è uno strumento narrativo denso e pieno di sfumature, e la band – una delle formazioni più creative della scena italiana – eleva il proprio linguaggio a una forma evoluta, viva, pulsante.
Jazz, elettronica, rap, psichedelia urbana, spoken word e noise convivono in un unico organismo compatto, figlio della notte e delle sue visioni. Il lavoro di produzione di Tommaso Colliva è stratificato, dinamico, denso quando serve e rarefatto dove la parola deve respirare: le sonorità riescono a essere potenti e intime allo stesso tempo.
Il concept di “Notturno” ruota attorno alla notte a più dimensioni.
Una notte che accoglie le ansie, le confessioni, le visioni, i fantasmi e le crisi e forse anche le possibilità di rinascita. Apre il disco Another Day with Another Sun che prende il nome dall’installazione di Philippe Parreno sul movimento del sole dall’alba al tramonto, collocandoci in un tempo sospeso, tra sogno e disagio, tra motel e sensi di colpa, in quella zona liminale dove tutto è possibile e tutto è anche già finito. Si tratta di un “sogno ad occhi aperti” in cui gli Studio Murena “danno ciò che sognano alla gente”, è un brano disilluso e poetico, pieno di immagini ruvide, che mette subito in chiaro il tono del disco.
Dall’oscurità arriva Baba Jaga, racconto tossico insieme lucido e allucinato: la strofa di 24KG è una scheggia di riferimenti post-umani e distopici. 24Kg è figura misteriosa, un rapper senza volto, fuori da ogni anagrafe artistica, che agisce come detonatore delle contraddizioni più brutali del presente. Nessuno sa chi sia, ma la sua voce pitchata graffia e sputa rancore collettivo: un’eco deformata dei disastri interiori e sociali che ci attraversano. È un personaggio-simbolo e nelle sue barre corrosive divampa l’odio per la pressione, le ingiustizie e i soprusi a cui la società ci sottopone, la schizofrenia in cui ci trascina.
Dallo scenario dispotico di Baba Jaga, finiamo in Nostalgia.
Questo è invece un episodio in cui il tempo si ferma. Si tratta di un dialogo cucito dalla tromba di Fabrizio Bosso che dilania con eleganza. Il pezzo nasce da una scintilla improvvisativa e si incastra su una citazione sottile di Domani è un altro giorno, resa immortale da Ornella Vanoni. Lorenzo Carma Carminati dichiara le sue intenzioni riprendendo un’immagine visiva potente: “Stanotte il silenzio mi sfonda le orecchie ci scrivo ogni verso per viverlo”. Qui, il vuoto si fa linguaggio: ogni pausa pesa più di mille versi, ogni nota è un battito mancato. Nostalgia e malinconia si intrecciano nelle fenditure, negli spazi lasciati aperti, nella fragilità lasciata nuda.
Tunnell, con Willie Peyote, è un manifesto esistenziale sulla paranoia urbana, la frenesia, la precarietà emotiva ed economica. Una città disegnata tra fari, traffico e alienazione, dove “il tempo è quello che ti ruba chi ruba col tuo lavoro”. È una critica lucida, tagliente, che non rinuncia alla poesia e che diventa quasi cronaca contemporanea, feroce, consapevole.
Le due Vienna costruiscono un dittico poetico e struggente: l’interludio è un amore immerso nel buio, mentre nella traccia vera e propria il racconto si espande e si ramifica in una storia fatta di luce e ombra. Un incontro che si consuma nella sensibilità di due anime ferite e un senso di disgregazione affettiva che si trasforma in una riflessione sull’amore come spazio astrale e instabile. E nell’instabilità giungiamo a Tre Porte di Paura, tra le tracce più sperimentali del disco. É lo uno squarcio su un teatro dell’inconscio: il confronto claustrofobico tra terapeuta e paziente, incarnati dalla voce tagliente di Valeria Perdonò e da un racconto che si disgrega in tre visioni oniriche, oscure e deformate. È da questo brano che prende vita l’intero album, nato da una jam su un frammento di Evidence di Thelonious Monk, dove ill linguaggio del jazz si spezza, si contorce, si decompone per rispondere a un’urgenza drammaturgica più profonda. Frasi interrotte, silenzi pieni d’ansia e dissonanze calcolate danno vita a una narrazione a geometria instabile, che ricorda più un montaggio espressionista che una forma musicale tradizionale.
In Oskar Kokoshka, la voce si fa lama e memoria: un’esplosione che attraversa l’identità nazionale con occhi febbrili e rabbiosi: “Mama Italia ci fai schifo come sempre”. Il brano è una sorta di mitologia postmoderna, un delirio lucido che mescola autobiografia e disillusione storica, scavando tra detriti simbolici e ferite aperte.
Vai Via, con gli archi di Rodrigo D’Erasmo, mette a nudo il peso dell’amore e quanto possano essere difficile le emozioni, è una storia fatta di quei dolorosi moti di andate e ritorni e su come si sgretolano le relazioni, lasciando crepe invisibili ma insanabili. “Non esiste un solo modo per amarsi, è vero / e ogni modo a modo suo fa male agli altri” diventa il fulcro emotivo del brano, un’ammissione disarmante che cristallizza tutta la complessità affettiva e la fragilità delle connessioni umane.
Fuori Luogo, insieme a Mezzosangue, è un inno a chi vive ai bordi, ma non arretra. Due voci laterali, divergenti eppure affini, si incontrano su un terreno che non è fuga ma scelta: l’arte come spazio di legittimazione del disadattamento. Qui la marginalità non è un difetto, ma una postura radicale, un modo per restare fedeli a sé stessi anche quando tutto spinge al contrario. La scrittura si fa confine e resistenza, rivendicazione lucida di una posizione scomoda ma necessaria.
A sigillare il viaggio c’è Jazzhighlanders, manifesto identitario che rifiuta l’omologazione e rivendica l’orgoglio di esistere fuori schema. “Scusa i modi un po’ scostanti siamo i nuovi jazzhighlanders”: il brano è l’essenza stessa degli Studio Murena — fame e coerenza — e riafferma la volontà di restare fedeli a una traiettoria non negoziabile.
“Notturno” è un corpo vivo, attraversato da visioni, tensioni e ferite. “Notturno” è compatto e stratificato, dove ogni scelta – lirica, sonora, simbolica – converge in una forma densa e consapevole. Si tratta di un disco potente, onesto, vivo. Un concept senza retorica, con una forma innovativa ma comprensibile, che non rinuncia alla complessità né alla bellezza. È un album che attraversa corpo, cuore e psiche. Che chiama il buio per nome, e lo abita.
Con questo album, gli Studio Murena raggiungono una maturità tangibile. È il disco in cui il gruppo riesce a tenere insieme urgenza politica e profondità emotiva, rigore compositivo e libertà espressiva. È un album che come ha già fatto “WadiruM” sposta l’asticella della qualità nel panorama nazionale e si conferma uno spazio nuovo per musica e generi nell’attraversare questo “Notturno” che non si limita a partecipare alla scena: la orienta, la devia, la reinventa.




