Brian Eno & Beatie Wolfe – Luminal / Lateral

Il terrarium sonico Il 6 giugno ha visto la pubblicazione di ben due nuovi lavori di Brian Eno, entrambi in collaborazione con l’artista concettuale, scrittrice e musicista Beatie Wolfe. Avevamo già avuto degli assaggi con i singoli Suddenly, Big Empty Country (edit), Play On e What We Are, ed era parso subito chiaro che si […]

Il terrarium sonico

Il 6 giugno ha visto la pubblicazione di ben due nuovi lavori di Brian Eno, entrambi in collaborazione con l’artista concettuale, scrittrice e musicista Beatie Wolfe. Avevamo già avuto degli assaggi con i singoli Suddenly, Big Empty Country (edit), Play On e What We Are, ed era parso subito chiaro che si trattasse di un’accoppiata di dischi gradevolissima: uno, “Luminal”, di ‘dream music’ e l’altro, “Lateral”, di ‘space music’ (secondo le definizioni del duo autoriale stesso).

Luminal”, a un primo ascolto, si rivela essere una raccolta di canzoni molto dolci e arrese, in cui riecheggia spesso il DNA dei Velvet Underground, onnipresenti nella sterminata produzione dell’artista britannico, oltre che una certa sensibilità, direi quasi liturgica, che proviene da decenni di esperienza nell’ambito delle bande corali. Eppure, dopo tanti altri ascolti, emerge sempre di più il sottobosco di cinguettii, sussurri d’aria e crepitii digitali che giacciono affastellati poco al di sotto della struttura tradizionale delle ‘canzoni’ (d’altronde non è un metodo nuovo, per il duo autoriale, quello della cosiddetta ‘musica generativa’).

Tendendo l’orecchio ci si accorge, infatti, che le retrovie dello spettro sonoro pullulano di microrganismi, tanto che pare quasi di osservare lo sviluppo autonomo di un sistema chiuso, un terrarium sonico: in Milky Sleep un lievissimo sfrigolare di quelle che somigliano a nacchere di bambù granulari prosegue sullo sfondo per gran parte del brano, una sensazione appena, alla quale si intrecciano ancor più lievi ondate modulari. Sulla coda, poi, si percepisce un nauseabondo tremolio nella parte bassissima della banda audio; in Hopelessly At Ease una linea di sequencer si protrae lungo tutta la struttura, eppure è appena percettibile il suo ticchettio regolare sul canale sinistro, assieme a gocce di colore che entrano ed escono per un istante appena;oppure in My Lovely Days, dove compare appena l’accenno di un foglio accartocciato (e non starò qui a elencare ogni elemento di ogni pezzo puramente per una questione di spazio, essendo che potete cimentarvi da voi nell’impresa).

Insomma, la composizione di questi quadretti si sviluppa in profondità, e se a un piano più frontale abbiamo le voci, l’occasionale chitarra e tutti gli elementi tradizionali della ‘canzone’, e immediatamente dietro abbiamo un tappeto ancor sempre familiare di sintetizzatori, in fondo, invece, si percepisce a malapena un’intera foresta che riecheggia in lontananze inaccessibili. Sembra quasi che ci sia un altro disco dietro al disco, e credo non sia il collega “Lateral”, nonostante quest’ultimo ne condivida alcuni aspetti.

Il sistema generativo di questo secondo e verdognolo paesaggio sonoro, infatti, pur basandosi su tecniche note e arcinote, fornisce un’ulteriore spazio di ritiro in cui perdersi per un po’. Come, ad esempio, Thursday Afternoon trasmette il calore di una poltrona irradiata dal sole pomeridiano nel silenzio del salotto di una casa coloniale, la suite ambientale di “Lateral”, ovvero Big Empty Country, ci scorta in una tundra accaldata dall’effetto serra, i cui bianchi e marroni sono divenuti verdi giallognoli, e dove ci si possa rintanare per tutta l’ora del disco.

Se, insomma, il capolavoro del 2022 “FOREVERANDEVERNOMORE” sanciva senza troppi complimenti la fine della storia e rifletteva sulla fine della vita (“These billion years will end, they end in me” recita Garden of Stars, mentre There Were Bells ci abbandona con la terzina “There were those who ran away/There were those who had to stay/In the end they all went the same way”), questo doppio disco pare più un pacato e confortevole salmo per ciò che verrà dopo la storia, quando il paesaggio sterile potrà serenamente contemplarsi da solo.

Ma senza perdersi troppo nelle retrovie dei paesaggi sonori di Eno e Wolfe, non posso far altro che riportare le parole di Iggy Pop sul singolo Suddenly: “I was happy and surprised when I first heard this song. I just had given up on modern times being able to produce a nice, graceful song with a lovely feel to it that makes sense and carries you along, in the way they did in the olden days”. E noi non possiamo che essere d’accordo.

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