Maiya Blaney – A Room with a Door that Closes

Recensione del disco “A Room with a Door that Closes” (Lex Records, 2025) di Maiya Blaney. A cura di Haron Dini.

Nell’epoca in cui viviamo, la musica scritta nel periodo post-adolescenziale ha il potere di risultare contrastante e disordinata, a tratti contraddittoria. Ma se a orchestrare tutto questo è Maiya Blaney, allora vale la pena analizzare a fondo le caratteristiche della giovane artista di Brooklyn. Appena venticinquenne, ha iniziato la sua carriera a diciannove anni e, con il suo secondo disco – “A Room with a Door that Closes” – assistiamo a un cambio di rotta netto e radicale rispetto al debutto, “3”.

Se nel precedente album Maiya proponeva un neo-soul con influenze hip hop anni ’90, in “A Room” accade l’impensabile a livello sonoro. La vocalist sembra essersi allontanata dalla black music, dipingendo undici tracce in apparente caos, ma sostenute da una coerenza lirica solida. Maiya racconta il momento storico-sociale, la sua giovinezza intrisa di precarietà, i suoi coetanei e i suoi rapporti, tutto a ritmo di dance, elettronica e noise. Le strade di New York si tingono di grigio con sfumature azzurre, il tutto in tonalità pastello, sovrastate da suoni jungle e drum and bass.

In circa 37 minuti, Blaney – chiusa simbolicamente in una stanza – racconta un universo emotivo che definisce come un’energia intensa e oscura, da esprimere non appena la si avverte. Si spazia da baci radioattivi a dolorose meditazioni sul desiderio, su immagini frammentarie e su se stessa. I suoni sono volutamente tumultuosi e intricati: campionamenti clubbing anni ’60 si fondono con calde percussioni drum and bass, glitch si scontrano con synth stridenti, mentre la voce di Maiya si muove tra esclamazioni punk e canti dolci ed esplorativi. È la musica di un’artista che scruta in profondità dentro il proprio io e condivide con il mondo, in tempo reale, ciò che scopre: puro, autentico.

Parlando del suo processo creativo, Maiya ha prodotto “A Room with a Door that Closes” insieme a un affiatato team di tre produttori: Emerson Fossett, Harlan Steed (Show Me The Body) e Alex Farrar (MJ Lenderman, Wednesday, Squirrel Flower, Snail Mail). Aveva appena iniziato a suonare la chitarra e a produrre quando ha cominciato a scrivere i brani che sarebbero poi diventati il disco. Essere alle prime armi sia con la produzione che con la chitarra le ha aperto un mondo di esplorazione e libertà, incoraggiandola a utilizzare riff audaci e arrangiamenti non convenzionali, come in Carmen Electra o Recognize Me.

Maiya raccoglie queste canzoni con un’onestà disarmante, presentando i sentimenti così come emergono, senza fretta di definirli o spiegarli. Nel suo percorso di autocomprensione – attraverso la rabbia e il disagio interiore – raggiunge momenti di orgoglio e sicurezza, ma senza che questi rappresentino una meta finale. La rassicurante semplicità di una risoluzione netta lascia spazio all’eccitazione della scoperta continua. L’album è un esercizio di auto-espressione senza filtri: Maiya celebra la vita nella sua forma più disordinata.

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