Yaya Bey – do it afraid
Recensione del disco “do it afraid” (drink sum wtr, 2025) di Yaya Bey. A cura di Eros Iachettini.
Il lungo percorso di ricerca, passato attraverso molte esperienze musicali e creative, sta premiando e non di poco Hidaiyah Bey, conosciuta più come Yaya. Figlia del rapper della Juice Crew Grand Daddy I.U., cresce in un ambiente musicale di Brooklyn (NYC), seppur con radici barbadiane, e inizia presto a sviluppare le sue doti artistiche, cominciando a suonare all’età di nove anni, e a scrivere qualche testo per i rapper che collaboravano con suo padre. Dopo essersi trasferita e aver pubblicato le sue prime raccolte, un evento sconvolge la sua vita: nel periodo del suo esordio con l’album Madison Tapes (2020), un record basato principalmente sullo spoken word sperimentale, si separa dal marito, suo ex produttore, e vive un difficile divorzio. Questo avvenimento influisce sulla musica dell’artista classe ’90, sempre più addentrata nel mondo r’n’b e jazzistico.
Infatti, è con “Remember Your North Star” (2022) che la musicista si acclama come artista a tutto tondo, il disco è un pastiche di creatività in grado di pennellare, con una ricca tavolozza, l’attuale scena r’n’b. Nello stesso anno, però, muore anche suo padre: il trauma avvolge la vita di Bey, la quale si rifugia sempre di più nella produzione artistica e nella musica per espiare il dolore e curare i mali dell’animo. Segue l’anno dopo “Exodus the North Star”, un extended play destinato ad ampliare i propositi del precedente album, e nel 2024 è il turno di “Ten Fold”, un album che cerca di trascendere l’empio periodo di vita in un flusso di emozioni, volto a esprimere quanto la vita possa dare, di bene e di male.
A fronte di ciò, “do it afraid” non è distante dal sistema concettuale del suo predecessore, rappresenta la nuova tappa del viaggio interpersonale di Yaya Bey con sé stessa e con l’arte, contestualizzandolo nel mondo che la circonda. Si presenta con alcuni featuring, dei veri e propri riconoscimenti al gruppo jazz hop Butcher Brown (già suoi collaboratori), al produttore Exaktly, alla rapper RAHRAH GABOR e all’artista reggae Father Philis; non mancano, in fase di produzione, anche i BADBADNOTGOOD.
Pubblicato tramite l’etichetta indipendente drink sum wtr, “do it afraid” ha come copertina l’ormai solito autoritratto che la musicista, spesso art director di sé stessa, produce in serie da alcuni anni a questa parte. L’album racchiude inoltre ben diciotto brani, che nel giro di una cinquantina di minuti raffigurano in maniera prismatica la silhouette di Yaya Bey, portando alla luce la sua crescita tanto personale quanto artistica.
La breve introduzione recita, prima di tutto, “If you wanna be brave, you have to be afraid, n***a”, un semplice mantra, un rito di autocoscienza che Wake up b*tch riassume in un brano minimal rap, fitto di strofe legate alla critica sociale. L’estetica end of the world vede la voce dell’artista di Brooklyn veleggiare su synth sfumati e sottili, che accelera cadenzatamente in un brano synth pop, quasi vaporwave, come dream girl. Il resto dell’album funge da patchwork con le caratteristiche musicali di Yaya Bey, compreso qualche ritorno al passato: abbiamo brani pienamente r’n’b (real yearners unite, breakthrough), jazz hop (cindy rella, raisins), dub e reggae (spin cycle, blicky, ask the questions), il soul più vintage (merlot and grigio, il breve skit a tiny thing that’s mine) e lo spoken word di a surrender. Non mancano neppure delle interessanti ibridazioni: in a circle è un misto di pop e club music; merlot and grigio attinge vividamente dal surf; aye noche fonde urban e smooth jazz; bella noches pt.1 investiga un prodotto tra rap e soul, dove inneggiano basso e claps elettronici. Un viaggio lungo e introspettivo, che si conclude con choice (titolo forse non a caso), un brano vibing e gentile allo stesso tempo, che rappresenta la voglia di crederci ancora da parte dell’artista.
La scrittura dei brani include un largo spettro delle emozioni con cui tutti possiamo empatizzare: c’è il desiderio, l’amore, la tristezza, la rabbia, il dolore e la speranza (“This broken heart of mine / if I put it on the line / hopes it heals up in time/ fill it up”, da raisins), la libertà. Con un timbro spesso cupo, ma a volte tenue, Yaya affila ancor di più la propria vocalità.
“do it afraid” è un disco di approdo, avvenuto seguendo una rotta perigliosa: l’artista newyorkese si sottopone alla propria coscienza e si avvia alla conclusione di un percorso ondivago e sperimentale. Dietro a una produzione che fa muovere fianchi e cuori, la voce e la musica stringono un rapporto ancora più profondo, dove i temi del tempo, della società e dei rapporti umani scorrono su un’orchestra di musica contemporanea, condotta da un’ottima direttrice.




