Haim – I Quit

Recensione del disco “I Quit” (Polydor Records, 2025) delle Haim. A cura di Francesco Giordano.

Con “I Quit“, le Haim confermano di non essere semplicemente una band pop rock formata da tre sorelle californiane: sono una delle poche formazioni capaci di affrontare la maturità artistica con intelligenza emotiva, profondità e un’ironia che le tiene sempre a distanza di sicurezza dalla retorica. Se il titolo del disco potrebbe far pensare a una fine – un addio, una resa, un passo indietro – ciò che ci troviamo di fronte è invece una rinascita artistica, una dichiarazione di libertà.

A quattro anni dal loro ultimo lavoro, “Women in Music Pt. III“, che aveva già segnato un passaggio importante verso sonorità più adulte e complesse, “I Quit” arriva come un disco meno brillante in superficie, ma più robusto e significativo nella sostanza. Un’opera che riflette una nuova fase della loro carriera e della loro vita: una fase di consapevolezza, sottrazione, autenticità.

Fin dal primo ascolto si percepisce un cambiamento nel tono e nell’intenzione. La produzione – affidata ancora una volta a Danielle Haim, con l’aiuto fidato di Buddy Ross e Rostam Batmanglij – è volutamente più scarna, più grezza, meno patinata rispetto ai lavori precedenti. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde un lavoro minuzioso sul suono: le chitarre sono spesso asciutte, talvolta sporche, la batteria è secca, quasi dal vivo, e la voce di Danielle è meno compressa, più libera di graffiare o incrinarsi.

Il risultato è un album che suona reale. Che respira. Che si prende il tempo per mostrare ferite e difese abbassate, in un momento in cui molte produzioni mainstream sembrano ossessionate dal controllo totale del suono. Le Haim fanno il contrario: tolgono, spogliano, rischiano.

Nel cuore dell’album batte un’urgenza narrativa che non rinuncia mai alla musicalità. Alcuni brani mettono a nudo la pressione sistemica che costringe le donne ad essere compiacenti, gentili, docili: il mito della “brava ragazza”, smontato pezzo per pezzo con versi affilati ma mai predicatori. E poi c’è la rabbia a salire in superficie, una rabbia contenuta ma palpabile, diretta a chi ha sottovalutato, ignorato, sfruttato.

Non manca, però, lo sguardo più intimista e personale che raggiunge delle vette emotive del disco assolutamente inarrivabili. Si parla della paura di restare soli, ma anche della possibilità di trovare forza proprio nell’isolamento. C’è una vulnerabilità nuova, disarmante, che non cerca empatia ma la ottiene in modo naturale.

E poi ci sono momenti di leggerezza malinconica, che fondono groove rilassato e testi sulla distanza emotiva con l’eleganza di chi sa raccontare il dolore senza spettacolarizzarlo. Qui le influenze classiche (U2, Alanis, Radiohead, persino i ruggiti di Cat Power) si mescolano con sensibilità moderne, e danno vita a un suono che è insieme familiare e fresco.

Il titolo, “I Quit“, non si rivolge ad un lamento né ad una fuga: è un atto di rottura con ciò che non funziona più. “Even though I know it’s not right, it’s not wrong/I have to keep myself from holding on” canta Danielle in Try To Feel My Pain con voce sicura ma non trionfale. È una resa, sì, ma di quelle che aprono nuove possibilità, che liberano.

E proprio questo messaggio – smettere di compiacere, di giustificarsi, di farsi piccoli per essere accettati – è ciò che rende “I Quit” un disco profondamente contemporaneo, quasi necessario. In un panorama musicale sempre più affollato da artisti che cercano la perfezione algoritmica, le Haim scelgono l’imperfezione consapevole, il suono umano, la fatica reale di crescere.

È vero che alcune canzoni nella seconda metà del disco possono sembrare meno incisive – più raccolte, forse anche più oscure. Ma in un certo senso, questa discontinuità fa parte del messaggio: “I Quit” non cerca di piacere in ogni momento, non si costruisce intorno a singoli da classifica, non vuole essere omogeneo. È un diario sonoro, un documento emotivo, una serie di confessioni in forma pop-rock.

Con “I Quit“, le Haim dimostrano ancora una volta perché meritano un posto speciale nella musica contemporanea. Non solo per la loro abilità tecnica, né per l’alchimia quasi magica tra sorelle, ma perché sanno fare ciò che pochi riescono davvero a fare: crescere, cambiare, e portare il pubblico con loro in questo viaggio. Non è un disco che grida, ma uno che parla con chiarezza. Non è fatto per stupire, ma per restare. È un album che potrebbe passare in sordina per chi cerca l’effetto immediato, ma che diventa indispensabile per chi ascolta con attenzione.

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