Greet Death – Die in Love

Recensione del disco “Die in Love” (Deathwish Inc., 2025) dei Greet Death. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

A sentir parlare di Deathwish Inc. alla maggior parte di voi verrà in mente un suono specifico, virulento, nato da quello delle chitarre di Kurt Ballou. Niente di strano, i più sgamati, però, sapranno anche che, da svariati anni a questa parte, l’etichetta dei Converge si è guardato molto spesso attorno, andando a pescare cose parecchio lontane da quel core arrugginito che tanto fu caro, soprattutto all’alba dei suoi tempi.

Ecco, infatti, i Greet Death, al secondo album sulla label di Jacob Bannon, terzo in carriera. Giovane band, battezzata con lo stesso nome di un brano degli Explosions In The Sky del 2001, nata in uno scantinato dalla mente di due ragazzi, Logan Gaval e Harper Boyhtari, muove i primi passi facendo cover di Metallica e blink-182 (con una storia è molto simile a quella di DeLonge e Hoppus, solo ambientata in Michigan) e, con calma, pazienza e dedizione passa a dare vita a qualcosa di mai così tanto distante da quei primi vagiti, già di per sé distanti gli uni dagli altri. Una storia come tante, ma che come tante non finisce.

Al quintetto ci sono voluti la bellezza di sei anni per dare un seguito a “New Hell”. Ne è valsa la pena. Quello che nel mondo reale non accadrà mai, ossia di sentire una fusione di Pavement e Smashing Pumpkins (eterni arcinemici), vede la luce in quello dei Greet Death. Il lirismo e la poetica di Corgan e il modus cantandi di Malkmus (il cui capolavoro “Crooked Rain, Crooked Rain” viene nominato nella stupenda Country Girl) si reincarnano qui. Il suono pieno, la batteria che pesa, le chitarre a intreccio multiplo ma con il potere del rifferama duro e, qua e là, pure cromato, altrove ascensionale, si fanno cifra stilistica. Storie di provincia, di tempi passati (da poco, diremmo noi millennial, ma così non è), di perdita e dolore dolceamaro cantato con le lacrime che solcano il viso, brani le cui melodie si inanellano una dietro all’altra dando vita a ritornelli a presa rapida, onde shoegaze che si allungano in un mare elettrico, a volte duro, altre così cristallino da poterci guardare attraverso, narrazioni strette in lunghi abbracci acustici, indie, diremmo, ma con uno sguardo molto più ampio e meno miope.

Fragile e possente, “Die in Love” dimostra la maturità emotiva dei Greet Death, la rende palpabile. Niente di nuovo, vero, nessuna progressione con slancio verso il futuro, bensì un modo di rendere quel che è già stato fatto tanto bello da non farci nemmeno caso.

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