Lorde – Virgin
Recensione del disco “Virgin” (Universal Music New Zealand/Republic, 2025) di Lorde. A cura di Alessandro Valli.
Tra censura del seno, il top a fascia senza schienale indossato al Met Gala e perfino il dispositivo intrauterino presente nella copertina del disco, è evidente che Ella Yelich-O’Connor ha vissuto recentemente una fase della sua vita più tumultuosa e incerta rispetto all’era serena e di connessione con la natura di “Solar Power”.
L’irresistibile ritornello di Broken Glass affronta sentitamente il tema dei disturbi alimentari, Favourite Daughter rivela il complicato rapporto con la madre e traumi infantili, o le sue innumerevoli avventure sessuali elencate in Shapeshifter neutralizzate dal semplice bisogno di lasciarsi andare: “tonight I just wanna fall”. “Virgin” è crudo e tagliente, si scaglia come aria gelida sulle ossa. La voce robotica di Dexta Daps in Current Affairs o il vocoder nudo di Clearblue dipingono proprio un colore iridescente e chimico, lontano dall’armonia naturale e matura del predecessore, un richiamo alla Lorde ribelle di “Pure Heroine” e all’impulso agrodolce di “Melodrama”. Dai forti echi di quest’ultimo è il comeback single What Was That, un inno di passione giovanile che rimanda tanto al piano galoppante di Green Light.
In diversi momenti la produzione esplora anche il terreno industrial, dallo scheletrico garage beat che apre Shapeshifter alle percussioni aggressive e grungy di GRWM. Un po’ come è successo a Billie Eilish, che attraverso “HIT ME HARD AND SOFT” è riuscita scongiurare l’inautenticità denunciata ad “Happier Than Ever”, Lorde si spoglia del precedente ruolo di sacerdotessa di un culto solare e protettrice dell’ambiente per lasciar emergere una versione più sincera e umana di se. Non sono tuttavia completamente assenti le influenze dell’album precedente: le stesse lucenti armonie speranzose di Fallen Fruit arricchiscono il ritornello di If She Could See Me Now ma in modo decisamente meno schematico e più autentico. La canzone ha infatti una struttura a dir poco creativa e divertente, aprendo in un tono arrogante e dissonante ed evolvendosi in una progressione di accordi ariosi. Man of the Year unisce efficacemente il minimalismo organico di “Solar Power” a un climax di suoni metallici e magnetici. Una catartica epifania di genere che culmina nella nascita di un alter ego maschile dell’artista.
“Some days I’m a woman, some days I’m a man” / “I might have been born again, I’m ready to feel like I don’t have the answers” canta nell’apertura Hammer, che sembra quasi sempre sul punto di scatenarsi in una traccia dance, ma contenendosi in un alt-pop underground come ode alla city life. Ella non si rifugia più nelle spiagge idilliache della Nuova Zelanda, ma abbraccia il trambusto della vita da celebrità e gira in bicicletta tra le strade della downtown Newyorkese.
Ogni canzone è una ricerca di pace in mezzo al caos urbano. Voci eteree e leggiadre sono sprigionate proprio sull’acme elettrico di synthesizer…forse in una formula un po’ troppo ripetuta ma che sicuramente mantiene una perfetta coesione dell’opera. D’altronde è ormai tipico di Lorde creare album che sono dannatamente ripetitivi eppure che in qualche modo riescono a funzionare. Questo progetto attesta la presa in possesso di un nuovo corpo, dell’accettazione della sua mostruosità e del potere che ne viene di conseguenza. Vigore che viene evocato dalla teatrale e cinematografica chiusura David in cui la voce della cantante combatte contro un crescendo di synth intermittenti: “I don’t belong to anyone” e scarcera un verso di liberazione.
Il lieto fine di “Virgin” è il compimento di una trasformazione che porta a un nuovo inizio per Lorde, ora più libera di esprimersi che mai.




