Africa Express – Africa Express Presents…Bahidorá

Recensione del disco “Africa Express Presents…Bahidorá” (World Circuit Records, 2025) degli Africa Express. A cura di Nicola Stufano.

Per dire quanto siano sterili e superflui, ad oggi, i confronti tra Oasis e Blur, ma soprattutto tra Noel Gallagher e Damon Albarn, basterebbe questo disco, solo una delle tante emanazioni della cifra stilistica di quest’ultimo, di cui Gallagher non potrà mai avere nemmeno un’unghia della cultura musicale. Confronti abbastanza sterili da far trascendere del tutto Albarn sull’argomento, dichiarando partita vinta agli Oasis; un po’ come in un vecchio spot brasiliano un automobilista nella sua utilitaria rifiutava serenamente la gara al semaforo contro lo yuppie in BMW di turno, preferendo concentrare la sua attenzione sulla fellatio che gli veniva gentilmente offerta dalla passeggera.

Basta, non torniamo più su quell’argomento: concentriamoci invece sulla piacevolissima ora e mezza di musica che è “Africa Express presents…Bahidorá”, il miglior saggio di world music che si possa desiderare nell’attualità. 

Africa Express non è un gruppo ma un progetto che nasce ormai 20 anni fa, come una versione no-corporate del Live 8 che aveva la gravissima pecca di avere tra le sue fila nel concerto principale un solo artista africano, Youssou N’Dour; un po’ come oggi il Trans Pride è la risposta più credibile alla ciofeca che è diventato il Gay Pride. Nella mente di Albarn e del giornalista Ian Birrell, nasce come una serie di concerti semi-spontanei, nei quali artisti occidentali vengono portati a suonare nel sud del mondo e viceversa, per poi approdare a una serie di compilation, l’ultima, “Egoli”, nel lontano 2019.  La pandemia non ha sicuramente aiutato il progetto, fatto di aggregazione e condivisione in primis.

Il centro, seppur puramente formale, stavolta non è l’Africa ma il Messico, come suggerisce il titolo. Il progetto apre la sua finestra globalista al mondo sudamericano e alla sua infinità di musica ritmica, dalla salsa al reggaeton, passando per la cumbia e il kuduro. Con 50 musicisti coinvolti, val la pena snocciolare i nomi più interessanti andando in ordine con i pezzi. 

Partiamo dalla principale artista messicana, Luisa Almaguer, principale sorpresa esposta in questo disco. Artista rock con 3 album all’attivo, è una delle voci più presenti: la sentiamo subito in Soledad quando duetta con un Damon Albarn abbastanza improbabile in spagnolo in una languida salsa, ma dà il meglio di sé nel secondo disco, sulla struggente Hacernos Así, dove invece Albarn si sposta su ciò che sa fare meglio, ossia sostenerla su una dolce e classica melodia di piano in ¾.  In entrambi i casi accompagna Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs) alla chitarra, sostenitore del progetto sin dal primo minuto. Più presente di Albarn, ma ancora meno appariscente, è Joan as a Police Woman, entrata nel giro nel 2019 e decisamente affezionatasi.

Ascoltando il disco non avrete quasi mai la sensazione di ascoltare i Blur, potrebbe piuttosto sembrarvi una delle emanazioni più estreme dei Gorillaz. Ciò non è casuale, perché oltre ad Albarn nel progetto c’è Seye Adelekan al basso in pianta stabile, mentre Bootie Brown fa la sua comparsa in Otim Hop, a fianco dell’ugandese Otim Alpha, ottimo fautore di un mix di musica tradizionale del suo paese e musica elettronica che trova un bello sfogo in Invocations, fatto con Jupiter&Okwess, altro pezzo che suona tanto Gorillaz.

È forte, fortissima la quota reggaeton, con Poté e Alansito Vega che ci stordiscono con Mi Lado per la naturalezza con cui riescono ad infilarsi su delle sonorità tradizionali, seguiti da un’altra artista messicana, la rapper Mare Advertencia, che poi si ritrova a sorpresa con i Django Django in Raise a Glass. Fatoumata Diawara, una dei due più popolari artisti del Mali,dialoga facilmente con gli Onipa in Seya, mentre diventa uno sport estremo cimentarsi sul Kuduro tramite la mediazione di Tom Excell (Nubian Twist) con quella peste di Moonchild Sanelly, artista sudafricana dai capelli blu, fautrice di un eloquente “future ghetto funk”, come lo chiama lei, che con Tahyana, dj di un pezzo che prende il suo stesso nome, non può che trovarsi in affinità completa: anche Tahyana si dimostrerà versatile nella seconda parte del disco cimentandosi nel percussivo Kelegusta con Otim Alpha, che partecipa anche a una collaborazione con Bonobo e Hak Baker in Frenemies.

Nel disco 2 entrano con prepotenza Los Pream, big band che suona esattamente come dei messicani che fanno musica balcanica (come ha fatto a non pensarci nessuno prima???) , facendo suonare tutto più festaiolo e più “mariachi”. E così, tra un diavolo e una strega della tradizione, ci regalano una chicca nel finale, che non coglierete subito: Pánico (Cuelga el DJ) è di gran lunga il momento più divertente di tutto il disco, che farà ribaltare Morrissey nella tomba (come dite? Non è morto? Opinabile…). Ai saluti finali – Adios Amigos – si presenta il mariachi che non ti aspetteresti, Baba Sissoko, ossia la seconda metà dei due artisti più popolari del Mali, che sostiene un’altra straordinaria prova vocale di Luisa Almaguer assieme alle percussioniste franco/burkinabé Melissa e Ophelia Hié, presenti in quasi tutto il disco.

Un po’ di invidia c’è verso chi è riuscito ad assistere al concerto di questo complesso e irripetibile ensemble tra le rovine di Ostia Antica, l’8 luglio. Africa Express è un’esperienza forte musicalmente quanto politicamente, per il solo fatto di esistere in un momento storico in cui portare in giro 50 musicisti è la cosa più antieconomica che si possa congetturare: ancora una volta un grazie a Damon Albarn per il suo immenso amore verso la musica, che lo porta a rendere concreto l’impossibile.

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