Kin’Gongolo Kiniata – Kiniata
Recensione del disco “Kiniata” (Hèlico, 2025) dei Kin’Gongolo Kiniata. A cura di Giovanni Davoli.
Potrei scrivere degli strumenti presi “dalla strada”, come la cassa della batteria fatta con la carcassa di una vecchia televisione. O potrei parlarvi, come fanno loro, della guerra che da 30 anni, ogni giorno, insanguina l’est del Congo, per la guerra dell’M23, motivata dalla caccia alle rare materie prime del sottosuolo. Un paese in cui un paio di italiani che ci rappresentavano tutti ci hanno lasciato le penne in malo modo, pochi anni fa, mentre cercavano di fare del bene. Ma, alla fine, chi ascolta o compra un disco per questi motivi? Se non fosse che queste cose, dai solchi di questo disco emergono così splendidamente e tragicamente vere e vive. Basta ascoltarli i Kin’Gongolo Kiniata da Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo. La band è composta da quattro cantanti: Leebruno, che suona uno strumento a percussione metallico fatto in casa; Mille Baguettes alla batteria; Ducap, che suona uno strumento fatto di bottiglie di plastica e Djino su un basso a due corde accorciato. Completa il gruppo Bébé Mingé all’arpa, chitarra a una corda e cori.
Stiamo parlando di musica africana, che più africana del 2025 non si può. I ritmi sono centrali in questo tipo di musica, come si deduce dalla lista sopracitata degli strumenti e come è tipico di quel continente, ma qui non si balla, nessuno balla. Piuttosto ci s’ipnotizza, come se questa fosse psichedelia africana. Termine difficile da digerire, quasi un ossimoro in un continente popolato da genti così attaccate alla terra e al presente. Sebbene spesso si tratti di una terra arida, che poca ricchezza possiede se non quella che sta sotto la terra.
Quella ricchezza per cui, appunto, si combatte nell’est del Paese. Ma all’ascoltatore cosa cambia se si muore o meno da quelle parti? Non c’è bisogno di essere cinici per dire che non siamo qui per questo. Non siamo qui per crocifiggere la nostra coscienza. Siamo qui per ascoltarli i Kin’Gongolo Kiniata. Nei loro giri di basso a due corde. Nei loro cori, così “etnici”. Ma che vuol dire etnico, se non “non-occidentecentrico”? E che senso ha? Mentre cresceva la nostra di musica e si arricchiva con gli elementi portati dagli schiavi africani deportati con forza e la ferocia, altrove si sviluppava “altra” musica. Che poi beh, anche noi, di ritorno, abbiamo influenzato loro, ma questa è un’altra storia. Una storia che ritroviamo in questo disco.
Un disco che, alla fine, suona a festa. Suona a festa come spesso suona a festa la vita quotidiana in Africa, continente nel quale se ci resti un pò finisci per amarlo con passione carnale. Una festa che s’interrompe, spesso, ma solo per far posto alla tragedia.
Questo è “Kiniata” dei Kin’Gongolo Kiniata. Un disco che viene dalle strade polverose di Kinshasa, dove festa e tragedia convivono sotto lo stesso cielo. Dove l’occidente sventra il continente nero e ne è a sua volta modificato per sempre. Dove l’umanità s’incontra, per amore, per passione, per diversità. Dove i tamburi si fanno con quel che si trova e la musica si canta con quel che si ha dentro, in un rito di gruppo, così tanto africano, al quale, se sappiamo ascoltare, possiamo essere invitati pure noi.




