Barry Can’t Swim – Loner

Recensione del disco “Loner” (Ninja Tune, 2025) di Barry Can’t Swim. A cura di Federica Finocchi.

La prima cosa che ho pensato nel momento in cui ho ascoltato per la primissima volta un brano di Barry Can’t Swim, è stata: “figo, peccato sia tutto così spumeggiante, radioso, vitale, esattamente il contrario di quello a cui solitamente mi avvicino io”. Questa supposizione è andata avanti per un po’, giusto il tempo di essere rapita dalle sue doti artistiche, poliedriche e riempitive di un vuoto evidentemente lasciato da gente come Autechre e Boards Of Canada, non avendo più nulla di nuovo da assaporare dalla loro parte.

La prima volta che ho ascoltato Barry Can’t Swim ho anche pensato avesse certamente origini brasiliane o giù di lì, salvo poi scoprire che proviene dalle verdi e ghiacciate lande scozzesi, così mi sono anche chiesta: “come si può nascere tra i diroccamenti e il grigiume della Scozia, facendo dance music che abbraccia suoni da più parti del mondo in maniera così naturale, quasi scontata?”. La risposta, probabilmente, sta anche nella sua formazione artistica – a riprova del fatto che studiare, nella vita, servirà pur a qualcosa. All’età di 9 anni inizia a suonare il pianoforte regalatogli dal nonno, per poi aggiungervi lo studio di chitarra e batteria, che gli permettono di iniziare ad avere una visuale molto più ampia della musica, capendo che quest’ultima può essere qualcosa per cui davvero vale la pena rischiare.

Ispirandosi ad artisti quali Jamie XX e Daniel Avery, frequenta uno stage presso la SOMA Records di Glasgow, una delle più longeve ed importanti etichette indipendenti di musica elettronica/techno/IDM, allargando ulteriormente le vedute e immergendosi da capo a piedi nella scena elettronica, di cui si innamora perdutamente e con cui vorrebbe poter vivere. Tra il 2021 e il 2022 pubblica i suoi primi lavori inaugurando la collaborazione/sodalizio con Ninja Tune e nel 2023 esce l’album di debutto “When Will We Land“, acclamato da pubblico e critica, attirando su di sé i riflettori della scena dance ed elettronica, che gli attribuiscono un certo savoir-faire nello stare sul palco, facendo divertire e sorridere le persone, trasmettendo spensieratezza, libertà ed inclusione. Musica come linguaggio universale, di tutti, per tutti e con tutti, in ogni momento e in ogni luogo. Una forza che salva nei momenti più bui e crudi delle nostre esistenze, senza che questa chieda nulla in cambio.

Nei live di Barry Can’t Swim sembra proprio di far parte di un’unica enorme famiglia, in cui ogni nota rafforza ancora e ancora il legame che tiene unite tutte le anime che vi prendono parte, di qualsiasi forma, colore, razza, sesso esse siano. Nel secondo attesissimo lavoro che prende il titolo di “Loner“, il musicista e DJ scozzese ha generato un universo intriso di – come preannuncia il titolo – solitaria esplorazione della propria identità e delle proprie emozioni, suscitando reazioni contrastanti ma indubbiamente piacevoli e godibili. Il disco è stato anticipato dall’uscita di ben cinque dei dodici brani presenti al suo interno, e qui non posso fare a meno di accennare al fatto che sempre più artisti scelgono di abbassare l’hype generale svelando metà album con diversi mesi di anticipo dalla sua venuta al mondo. Marketing? Scelta personale? Direttive dai piani alti? Logiche sconosciute? C’è ancora qualche artista che anticipa il proprio lavoro con uno/due singoli? La risposta è ovviamente affermativa, ma è un dato di fatto che questi individui siano in via d’estinzione. Un bene o un male, credo dipenda da molti fattori. Ne parleremo magari in separata sede, con un calice di vino in mano e del buon post rock in sottofondo. Torniamo a noi.

Se “When Will We Land” lasciava una traccia indelebile sul territorio di una world music contaminata dai colori sgargianti di afrobeat e deep house, andando incontro a braccia aperte ad atmosfere chill-out e jazz, facendoci porre subito l’interrogativo “Ma questo ora da dove esce?!”, “Loner” chiarisce un bel po’ di dubbi, affermando la propria presenza ed esigenza nel restare scolpito nelle teste di noi tutti. L’incipit del disco, nonché primo singolo venuto alla luce, ha le sembianze di un avvertimento/guida all’ascolto: “change – there is nothing permanent. Except…change“. L’inquietante pausa tra quell‘except e quel change confermano che qualcosa nell’aria è cambiato. Barry Can’t Swim è cresciuto, e con lui la sua arte. Cori gospel entrano alla fine del brano per rendere la presentazione del disco ancora più solenne e al tempo stesso campanello d’allarme di quello che potrà accadere. Il beat si ripete in modo ossessivo, la voce camuffata di quella che sembra AI sovrasta le angoscianti risate femminili che precedono l’apocalisse finale. Non riusciamo a smettere di muovere testa e piedi con quel senso di ansia misto ad incredulità che pervade i nostri sensi.

Sensazioni che tramutano ben presto in veri e propri stati allucinati con la successiva Different, bomba dancefloor ad orologeria che tiene incollati i battiti al punto più alto da poter raggiungere, per poi scendere in picchiata sul versante più emotivo e nostalgico, con il primo featuring del disco. Alzate il volume su Kimpton. Chiudete gli occhi e pensate ai pochi ricordi felici d’infanzia – semmai ne abbiate, altrimenti il ricordo che preferite – quando andavate al mare coi nonni e vi svegliavate col profumo di caffè e latte preparato con tutto l’amore del mondo. Ecco, quelle fotografie non torneranno a vivere, ma Kimpton ve le farà riaffiorare nei momenti di bisogno – in salute e malattia, finché mor…ah, no, non è così che fa – strappando un sorriso nostalgico e forse una lacrima lontana che non vorrà mostrarsi agli altri. Tra ispirazioni lo/fi (All My Friends) e pezzi su cui ballare e saltare all’impazzata (About To Begin, Still Riding), si apre un varco ricolmo di emotività, infanzia, sogni.

Arriva l’ipnotico spoken-word di Séamus in quella che è una delle tracce più memorabili dell’intero album, una malinconica poesia a cavallo tra trip-hop e downtempo, che ricorda certe sonorità tanto care a Vegyn – giusto per citare un esempio recente di artista/produttore/DJ che sa il fatto suo in quel campo. Marriage sfodera tutti gli assi nella manica di Barry Can’t Swim: dalla produzione pulitissima, netta, limpida, al limite con la perfezione, agli archi che subentrano tra i synth che esplodono di un’energica armonia fino a congiungersi con uno stato di trance per le umide strade scozzesi, raggiungendo una vera e propria catarsi dei sensi, ringraziando con un elegante inchino mentre il sipario cala, le luci si spengono e gli applausi svaniscono.

A tutto c’è una fine, anche quando mai lo vorremmo. Ripariamoci dai missili e abbracciamoci. La bellezza è qui. La bellezza è ora. 

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