Guido Maria Grillo – Senza fine
Recensione del disco “Senza fine” (Visage Music, 2025) di Guido Maria Grillo. A cura di Paolo Esposito.
Cos’hanno in comune Totò, gli chansonnier francesi e Jeff Buckley? La risposta ha un nome (anzi, due) e un cognome: Guido Maria Grillo. Discendente diretto da parte di madre del Principe più famoso del cinema italiano, dalle voci d’oltralpe trae lo stile, mentre dal songwriter di Anheim mutua l’intensità interpretativa. Ha un senso artistico inteso a tutto tondo, visto che attualmente lavora anche come autore teatrale, insegnante e scrittore. Vanta collaborazioni con il meglio del panorama nostrano, gente del calibro di Niccolò Fabi, Levante e Marlene Kuntz. L’ispirazione cantautorale lo porta, a sei anni di distanza, a pubblicare “Senza fine”.
L’inizio di Tu sei casa mia è subito intenso e sofferto, un breve ma disperato acuto sùbito interrotto dalla sussurrata malinconia della title track: un binomio che introduce Voce ‘e notte, la prima delle due riproposizioni in chiave moderna di classici della canzone napoletana. Le nostalgie notturne fanno quindi spazio alla – pur sempre pacata – carica di Non arrenderti, per “inseguire tutte quelle vanità di cui non sai nemmeno il nome”. La fusione perfetta tra dialetto napoletano e sonorità provenienti da oriente, con tanto di tappeti d’archi, è sancita da Stu lietto, che nel suo scorrere sfoggia anche un discreto acuto vocale.
Quando si ha la sensazione di girare un po’ troppo intorno alla modalità classica, ecco una sferzata di slow rock grazie a Veleno e alla voce di Cristiano Godano, già in passato al fianco di Guido. I tormenti amorosi sono al centro di Un giorno disse addio, una ballad che mischia ancora una volta gli stili classici di tutti i sud del mondo. E’ il preludio al secondo e ultimo omaggio alla poesia, prima ancora che canzone napoletana: Catarì (Marzo) trasforma Di Giacomo in un ipnotico autore, il quale si rivolge a un musicista moderno che di tutta risposta piazza sotto quel testo un arpeggio di chitarra e le spazzole sulla batteria.
Le influenze genovesi – Grillo si è laureato con una tesi su De Andrè – trovano posto in Da quando sei lontano, condita dalla ormai solita spolverata di dialetto partenopeo. La chiusura è affidata a Lettera a un figlio, una struggente ninna nanna intrisa di empatia e comprensione nei confronti delle innocenti sofferenze di un bambino, che pian piano diventa uomo.




