The Armed – THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED
Recensione del disco “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED” (Sargent House, 2025) dei The Armed. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
In occasione dell’uscita del loro album-manifesto “ULTRAPOP”, io e Tony Wolski ci lanciammo in una lunga disquisizione su quanto il lato oscuro (ma non solo quello) del pop fosse affascinante e di come la musica “pesante” fosse, non solo in fase calante, ma rimestasse nel torbido, stagnando. Esagerò, dicendo il vero, che in fin dei conti Charlie XCX e i Terrorizer non erano poi tanto distanti. Fecero quello che nessuno osava fare: spezzarono le catene col proprio passato, evolvendosi proprio da quello, dandogli una nuova veste. Insistettero ancor di più con “Perfect Saviors” quello che, per loro, voleva essere “il disco più rock del XXI secolo”. Ci andarono vicini, ma la partita è piuttosto facile.
Cos’è stato di quel rock? Di quel mondo (si suppone della musica) da salvare? Sin dall’eloquente titolo “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED”, il collettivo di Detroit ha, forse, deciso di farla finita con le sottigliezze, ma vuole a farlo a modo proprio. Questo, di mondo, forse è fuori tempo massimo, non è più necessario essere salvifici, bensì distruttivi. Il futuro è arrivato, e allora vaffanculo, fuori l’armamentario. Ma non è un’aggressione -core che si rifà ai lavori pre-“ULTRAPOP“, è invece qualcosa di nuovo, un raggio cosmico folle e colorato, ua ottovolante lanciato a velocità smodata in mezzo a una realtà dissociativa alla quale ci si aggrappa con gli artigli.
Smantellano tutto, The Armed, ma lo fanno costruendo. Si scava e si trova una nuova vena di metalli rari. “Everyone’s an alien / Soaked in glow, decaying skin / Only love oblivion / Useful like a mannequin”, il ritornello cantilena-indierock che introduce Kingbreaker è un trampolino, attraversa il massacro e le grida, gli stomp core dilanianti, lo rende allucinante. Ma è Well Made Play la rampa di lancio verso l’apocalisse: “Fools! Liars! Heathens! Traitors! Repent! Be Saved! Judgement is coming (indelible futures)” grida Wolski, come un predicatore totalmente impazzito, i blast beat che sfondano i timpani, scorticati sinteticamente senza pietà. Ancora abbarbicato al pubblico, declama dall’alto di Broken Mirror, il sermone anti-cristiani (visti come demoni) della devastazione, con l’elettronica che lancia e marcisce, un mid-tempo gigantesco, linee che sanno di deserto disegnato da Moebius, una roba insensatamente grossa. Delicata dolcezza indie che si innesta in Sharp Teeth, mantello sotto cui celare la ferocia hc, “I’m far from heaven”, un grido disperato in cerca di salvezza, forse, perché certezze qui non ce ne sono, ma è indie Novanta anche la linea di basso che trapana I Steal What I Want, eccola la scialuppa di salvataggio del rock del XXI secolo, non stava nel disco primo, bensì qua.
Ma “THE FUTURE IS HERE…” non è ancora sazio di aggressività e allora ultrabreakcore sia, Grace Obscure ricorda da vicino i Melt Banana (con tutti quei synth lanciati a velocità insensata), cavalca il drago grind, lo sfianca facendolo a pezzi e, in men che non si dica, la melodia nascosta salta fuori. Si vira in fretta, sbuca quindi il virus post-punk, infetta Local Millionaire, come se gli Interpol si fossero strafatti di stereoidi e puntassero una canna di fucile carico ad oscurità, sostegno per una critica sociale che viene chiosata in un demoniaco “Go fuck yourself!” e apre la strada per un pop radiale e gonfio di bassi, Heathen ha l’anima shoegaze piantata in cuore che sfuria dub, con infiltrazioni blue(s), sassofono non più Zorn, ma leggerezza che sconfina nello spazio aperto. Unico errore? Non metterla in chiusura. Perché dopo ‘sta roba qui, nulla avrà più lo stesso sapore. Nemmeno quel che ascolterete da qui a fine anno.
Magnificamente punitivi, The Armed. Senza dubbio alcuno.




