Ethel Cain – Willoughby Tucker, I Will Always Love You

Recensione del disco “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” (Daughters of Cain, 2025) di Ethel Cain. A cura di Alessandro Valli.

A brevissima distanza dall’uscita di “Perverts”, ad oggi ancora uno dei progetti musicali più interessanti e ben eseguiti dell’anno, Hayden Anhedönia riprende il filo sempre più articolato della lore di Ethel Cain, questa volta concentrandosi sul rapporto della protagonista con un personaggio in particolare: Willoughby Tucker. Il primo e unico vero amore di Ethel, al quale è stata dedicata la struggente organ ballad A House in Nebraska nel 2022.

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” è dunque il prequel di “Preacher’s Daughter”, con uno sviluppo intorno agli anni del liceo dei personaggi. Esala passione giovanile, purezza e un disincanto dal sogno americano. Il singolo Fuck Me Eyes è movimentato da dei synth anni 80 e percussioni tonanti che la potrebbero quasi rendere una papabile traccia per la colonna sonora di “Stranger Things”. Una di quelle canzoni perfette da ascoltare in mezzo alla campagna di notte e gridare insieme a Hayden in un climax liberatorio. Per chi conosce già gli avvenimenti di “Preacher’s Daughter” le liriche qui assumono un valore completamente diverso. Spezza il cuore ascoltare il leggiadro folk pastorale di Nettles illuminato da un’innocente promessa di un futuro insieme: “And think of all the time I’ll, I’ll have with you / When I won’t wake up on my own”  Una forza narrativa che sovrasta a momenti la musica stessa.

Eppure come testi questo progetto si discosta sorprendentemente dalla coerenza e compattezza dell’album d’esordio, qui le lyrics sono più vaghe e tendono a servire più per arricchire un landscape che per essere le protagoniste delle canzoni. Adesso l’ascoltatore non legge semplicemente i testi o simpatizza con i personaggi, ma fa esperienza sensoriale completa di ciò che vive Ethel, dei suoi timori e insicurezze. I primi due singoli hanno un po’ illuso su quello che sarebbe stato il sound effettivo dell’album. Ci si aspettava qualcosa di più immediato à l’American Teenager o Crush, e invece questo disco assomiglia a “Perverts” molto più di quello che si potesse immaginare. Non ci sono tracce prive di ronzii e suoni distorti o silenzi contemplativi, questa volta però scaldati dal clima bucolico del southern gothic e da produzioni satinate come la patina torbida di Dust Bowl. Il muro sonoro di Willoughby’s Theme, l’intro di banjo protratta all’unisono in Nettles, l’odissea soave di Waco, Texas, i beep di un monitor cardiaco in Radio Towers… insomma anche la durata e consistenza delle tracce rendono questo un ascolto senza ombra di dubbio più complesso rispetto a “Preacher’s Daughter”, un esercizio di resistenza o quasi una prova di fede.

L’artista si riconferma come una master nella tessitura musicale dei suoi album, che nascono da un lavoro di sperimentazione e raffinazione di nuovi sound attraverso gli EP per poi poterli fondere perfettamente nell’universo di Ethel Cain. Tempest risuona come un ibrido tra il dark ambient di Punish e il tormento di voci spettrali di Thatorchia ma infuocato di un temperamento che solo il personaggio di Ethel può esprimere. Ciò che si percepisce e ciò che rende questo album piuttosto eclettico è la costante negoziazione che la cantautrice statunitense si sente di fare tra il venire incontro all’ascoltatore, anche riutilizzando vecchie demo rivisitate, e la tentazione di sfidarlo. Un contrasto che il più delle volte rende l’ascolto dinamico, ma che rischia anche di compromettere la connessione tra i brani.

Per quanto dunque l’organicità dell’opera possa risultare più debole si tratta comunque di una raccolta preziosa, soprattutto, e anche grazie alla sua stessa natura “vintage” o “second hand”, in grado di riportare la mente a teneri ricordi. La voce puerile in A Knock at the Door e i suoi cambi di accordi nitidi e crudi rimandando a qualcosa di genuino e inspiegabilmente familiare, come luce filtrata dagli scuri che colpisce la pelle su un letto disfatto in un eterno pomeriggio estivo.

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” dimostra ancora una volta l’enorme capacità di Hayden Anhedönia di creare qualcosa che va ben oltre la musica e che sono davvero in pochi a saperlo fare al suo livello.

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