R.J.F. (Ross J. Farrar) – Cleaning Out the Empty Administration Building Colored

Recensione del disco “Cleaning Out the Empty Administration Building Colored” (Dais Records, 2025) di R.J.F. (Ross J. Farrar). A cura di Andrea Vecchio.

Ho un poster, di Ross J. Farrar. È una foto. C’è lui che stringe tra i denti un microfono. Si tratta di una foto scattata agli esordi del suo gruppo più famoso, i Ceremony da Rohnert Park, California. In quel periodo vennero in Italia di spalla ai Gorilla Biscuits e nessuno se li filava. Nella vita ha scritto poesie, ha dipinto. Ha pubblicato libri, anche. Si può dire che Ross J. Farrar sia una persona poliedrica, impegnata. Oltre ai Ceremony, negli anni ha portato avanti gli Spice, dediti a un indie rock grunge abbastanza melodico, i Crisis Man che fanno molto Black Flag e infine il suo progetto solista, R.J.F., per l’appunto, con cui ci porta nel mondo della new wave old school e nel cantautorato americano. 

Gibby Miller, invece, è stato un cantante hardcore molto famoso e discusso, nella scena dei primi 2000 negli Stati Uniti. Con i suoi Panic, da Boston, ha dato il via a quell’ondata di “hardcore for the skinheads” che ora ci viene propinata in ogni salsa senza ragione di sorta, ma che all’epoca fece molto, moltissimo scalpore. Terminata la sua carriera musicale in prima linea, Gibby decise di cambiare aria, si trasferì in California e fondò la Dais Records, etichetta con la quale si mise sin da subito a produrre bands new wave, post-punk ed indie. Drab Majesty, Body of Light, Cold Showers. Tutta roba che ha poco a che fare con il mosh e le polemiche da circle pit, insomma. Sino ad arrivare agli High Vis. E al terzo disco dell’amico di sempre, Ross dei Ceremony. Con il quale condivide idee politiche, la passione per Burroughs, svariate motivazioni artistiche e, probabilmente, qualche barbecue in giardino. 

“Cleaning Out the Empty Administration Building Colored” è il terzo disco per R.J.F., dopo gli speculari “Going Strange” e “Strange Going”. È materialmente composto da dieci canzoni che si dileguano nello spazio a noi circostante come una forte ondata di sapore, come un profumo che prima o poi se ne andrà senza farti mai abituare definitivamente all’atmosfera che hanno creato. Si ascolta per prima The Solitude of Victory, e si vorrebbe spegnere tutto: la linea di basso la senti ancora molto dopo aver spento tutto, però, e allora ti getti su Ovidian, spettrale e necessaria come una feritoia durante un assedio, per chi difende. Hai bisogno di una ripresa ed ecco la lunghissima Strawberry, neofolk e Velvet Underground come impostazione ma fortemente legata, come capacità comunicativa, alle segherie dismesse che puntellano la Norcal.

Nessun sentimento speso a vanvera, cioè. Advance, in verità, la prima canzone dell’album, ci indirizza su una falsa via. È un pezzo troppo romantico, troppo vivace. Una risacca marina. Non spiega per nulla ciò che sarà il prosieguo di “Cleaning Out the Empty Administration Building Colored”, che con la chitarrosa Here Again riparte dal country per sfociare nuovamente in un cantautorato folk educato. Traveling Light from Afar è la descrizione di un remoto nel tempo ed isolato nello spazio luogo di arrivo e, ancora una volta, è la linea di basso a comandare, come in ogni cavalcata new wave che si rispetti. La voce di Ross si fa cupa ma non trasmette angoscia. La sezione ritmica è affidata a un ticchettio (do you remember Terminal Addiction in “Rohnert Park”?) che diventa sempre più forte. È il brano più bello del disco. 

Quanti paesaggi, il terzo disco di R.J.F.. Quante idee, quanti racconti d’inverno. Quante persone, quanti nuovi amici. Quanta militanza, soprattutto.

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