irossa – La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti

Recensione del disco “La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti” (autoproduzione, 2025) delle irossa. A cura di Giovanni Paladino.

Dopo aver fatto irruzione con la freschezza di un temporale estivo, le irossa non si accontentano e con il loro secondo disco, La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti”,scelgono di esplorare nuovi suoni seguendo sentieri sconosciuti, senza rinunciare alla propria urgenza espressiva. È il passo successivo di chi ha compreso che il coraggio non sta solo nell’esporsi, ma nell’attraversare i propri limiti, piegando il linguaggio sonoro fino a renderlo un riflesso più nitido di sé. 

Se “Satura” era il lento uscire alla luce tra la pioggia e l’umidità, La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti” è la pelle nuova, lacerata e ricucita in fretta, pronta a reggere un corpo che è cresciuto in troppo poco tempo. Interamente autoprodotto sulla falsa riga del primo lavoro, questo è un album che sa di metamorfosi. Scivola via dalla freschezza dell’esordio per trovare un colore più denso e un odore pungente. È la prima vera dichiarazione di identità: un mosaico di contrasti che non teme l’armonia e un gesto musicale che sa di maturazione e desiderio. È la conseguenza di un progetto che ha metabolizzato una propria personalità e ha deciso di spiegare le ali per cercare di spingersi oltre le aspettative. 

L’impatto è immediato: basso e batteria martellano con la costanza di un cuore in affanno, le chitarre si intrecciano come lame che scintillano nell’aria, le voci di Jacopo Sulis e Margherita Ferracini si alternano con precisione chirurgica e il sax di Gabriele Chiara, new entry preziosissima, diventa l’elemento che cambia le carte in tavola, alternandosi fra ronzii frenetici di Non conosco e soffi romantici di Sotto il pianoforte

Il percorso del disco segue una linea sinusoidale e ben calibrata: da Fango, intro che con il suo quieto climax diventa il fil rouge tra i due lavori della band, si passa alle influenze britanniche di gruppi come Shame o Maruja con Fiori, fiori e Protomac, dove si accelera in una corsa serrata fra il post-punk e l’art rock. Lungo la traiettoria esplode la mina impazzita di Falso nueve, un vero e proprio intermezzo goliardico, velocissimo e deragliante a cui però non è stata data molta giustizia e che avrebbe meritato più spazio e pensiero, mentre l’orizzonte internazionale del gruppo trova il suo apice in Come vuoi, brano che, se fosse stato scritto in inglese avrebbe potuto confondersi con un b-side dei Fontaines D.C. ai tempi di “Skinty Fia”, croce per alcuni e delizia per altri. 

La fine di questo viaggio culmina con due tracce strettamente collegate fra loro da un’aria più cupa e intima: Storia di un corpo che cade, spoken word riflessivo interpretato solennemente della conterranea torinese Gaia Morelli, si fonde naturalmente alla title track, La mia stella aggressiva, un epilogo caldo ed introspettivo, in cui l’angolarità della chitarra e i controtempi della batteria sorreggono una scelta stilistica coraggiosa e ben riuscita. 

E, quando il disco si spegne, resta la sensazione di aver attraversato un labirinto di suoni e parole, da cui si esce con qualche graffio addosso, ma anche con una nuova consapevolezza. La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti” è un album che ti prende per il bavero e ti costringe a guardare in faccia ciò che, spesso, resta in ombra nei lavori d’esordio: il desiderio di durare, di non essere solo scintilla ma brace che continua a bruciare. Le irossa non sono più soltanto una promessa, sono una costellazione che si accende nel cielo scuro alla fine del cammino. Una stella aggressiva, sì, ma capace di brillare anche nei silenzi, tra le virgole e i punti.

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