Water From Your Eyes – It’s A Beautiful Place
Recensione del disco “It’s A Beautiful Place” (Matador Records, 2025) dei Water From Your Eyes. A cura di Giovanni Paladino.
Dopo “Structure” (2021) e soprattutto “Everyone’s Crushed” (2023), Nate Amos e Rachel Brown smettono di fingere di essere degli outsider dell’underground e partoriscono “It’s A Beautiful Place”. Uscito per Matador Records, il disco sembra essere il primo scritto sapendo di essere osservati, ascoltati, analizzati. Invece di adattarsi, i Water From Your Eyes scelgono di espandere il proprio caos, tentando di portarlo fuori dal seminterrato.
Il nuovo album è un oggetto instabile, nervoso, volutamente incompleto. “It’s A Beautiful Place” porta con sé la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che potrebbe crollare da un momento all’altro, ma che proprio per questo resta in piedi. Non cerca armonia, non cerca conforto né vuole piacere. Cerca spazio, e lo trova comprimendo tutto in meno di trenta minuti che, però, sembrano dilatarsi a dismisura. Stanno decostruendo un vecchio linguaggio: lo smontano, lasciano i pezzi sul tavolo e ti costringono a guardarlo per quello che è. Le sezioni di un tutto.
La struttura di questo album è tutt’altro che banale: i sei brani sono saltuariamente sabotati da quattro intermezzi che fungono da reset mentali di quanto ascoltato poco prima. È un flusso continuo di scrittura e coscienza, come se Amos stesse lavorando ad un file aperto da mesi, pieno di ripensamenti e cut & paste. Il risultato è un “Sandwich Rock”, termine coniato da loro stessi che richiama l’essenza stessa dell’assemblaggio degli ingredienti compressi fra due pezzi di pane ultra-processato.
Il disco si apre con un buffering sospeso: One Small Step stratifica synth noise ripetitivi e atmosfere spaziali, svuotate di qualsiasi residuo eroico. Segue Life Signs, che con il suo 5/4 irrisolto e un riff di chitarra entra di traverso e graffia direttamente dalle viscere del brano. L’umami dell’intero lavoro rimanda a uno shoegaze primordiale, ma in Nights In Armor si sogna poco. I giri del motore aumentano senza che emerga una meta riconoscibile. “Fight me, I’m on fire” non è liberazione: è una frase lasciata cadere, priva di enfasi, mentre tutto attorno vibra tra sintetizzatori eterei e rumori ottusamente inquietanti. Il sublime e il ridicolo convivono, senza che uno redima l’altro.
“It’s A Beautiful Place” is a spectrum fra Born 2 e Playing Classics. Born 2 è una traccia convalescente, ripetitiva, quasi fastidiosa: macchine, consumo, psichedelia in loop. La parola “psychopath” viene reiterata come un mantra fino a perdere qualsiasi potere descrittivo. Playing Classics, al contrario, è la quota dance-punk che flirta apertamente con il pop, ma senza mai diventarlo per davvero. Al centro dello spettro si colloca il pezzo più eversivo e sperimentale del disco: Spaceship, che con i suoi ritmi cangianti e le chitarre spigolose, dà un senso di accademico disordine all’intero brano.
C’è posto anche per il tipico folklore statunitense: Blood On The Dollar è una ballata country scheletrica, quasi un memo di un’America che non esiste più. La chitarra di Amos ricorda quella di un Neil Young ubriaco e androgino. For Mankind chiude il disco esattamente dove era iniziato. Stessi suoni, stesso vuoto. Loop perfetto, uscita di sicurezza murata. Se lo rimetti da capo, “It’s A Beautiful Place” ricomincia come se nulla fosse successo. Ed è qui che il disco rivela la sua vera ossessione.
Amos ha parlato apertamente di insignificanza cosmica: persone meno importanti delle canzoni, canzoni meno importanti dei dinosauri, dinosauri meno importanti delle galassie. “It’s A Beautiful Place” non prova a ribellarsi a questa idea. La accetta. Ci vive dentro. Se tutto è irrilevante, allora anche il senso diventa un gesto temporaneo, un atto di resistenza privata e nichilista. Questo non è un disco “bello” nel senso tradizionale del termine. Non è un disco rassicurante, né vuole esserlo. È instabile, a tratti irritante, spesso volutamente irrisolto.
Ma è proprio in questa frizione continua che i Water From Your Eyes trovano la loro forma più onesta. Non offrono risposte, non cercano consenso. Ti lasciano lì, dentro un posto bellissimo che non promette niente. Ascoltare “It’s A Beautiful Place” è come osservare qualcosa di bello mentre si disintegra lentamente. E continuare a guardare, perché distogliere lo sguardo sarebbe peggio.
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