Blood Orange – Essex Honey
Recensione del disco “Essex Honey” (RCA, 2025) di Blood Orange. A cura di Eros Iachettini.
È il racconto di una vita, quello che parla delle proprie origini e dello sviluppo di un individuo: al quinto album col nome d’arte Blood Orange, il primo fin dal “lontano” 2018, l’artista britannico Devonté Hynes raccoglie la testimonianza di un ragazzo cresciuto a Londra, più precisamente nella zona di Essex (dal quale prende il nome il titolo del disco), evocato dalla grave perdita della madre, avvenuta un paio di anni fa. Questo evento produce in Hynes un dualismo interno, un richiamo tra la gioia della vita e i suoi anfratti più oscuri, e il disco si insinua tra i due fuochi.
Nel corso degli anni Duemila, il polistrumentista londinese è molto attivo, sia in solo (come Lightspeed Champion, progetto indie-folk) che in band (col gruppo dance-punk Test Icicles), fino a che non adotta l’attuale moniker, col quale esordisce nel 2011 con “Coastal Grooves”. Già stabilitosi negli Stati Uniti, Hynes abbraccia molteplici generi musicali, passando dall’indie rock a un R&B sperimentale contaminato da funk, art-soul, e molti altri stili. Negli anni consolida lavori da produttore, anche nell’ambiente pop (ad esempio con Solange, Sia e Carly Rae Jepsen), e già all’interno di album come “Freetown Sound” (2016) e “Negro Swan”(2018), Hynes esplora tematiche e suoni, stringe rapporti che persegue anche a lungo andare nella sua carriera solista.
“Essex Honey” viene rilasciato il 29 agosto 2025, completo di quattordici tracce, e vede un nutrito ensemble di musicisti nel suo bagaglio, un lavoro collettivizzante. Lo stesso Hynes produce i brani del disco, che viene poi pubblicato dalla RCA Records.
Una sequenza di synth quasi da colonna sonora aprono Look At You, diviso tra un morbido brano elettropop e un duetto coro-chitarra, dove arriva immediatamente il tema della lontananza (“In your grace, I looked for some meaning / But I found none, and I still search for a truth / Hard to look at you”). Entra il jazz nelle percussioni e nel piano di Thinking Clean, nella quale appaiono un Dev adolescente e i suoi pensieri. Somewhere in Between è complessa e orecchiabile allo stesso tempo, prende un maggiore respiro fino a uno dei singoli che hanno anticipato l’album, The Field, che rielabora il brano Sing to Me dei The Durutti Column, includendo alle strofe Tariq Al-Sabir e Daniel Caesar, mentre al refrain c’è Caroline Polachek.
Segue Mind Loaded, un altro singolo, in cui contribuiscono, oltre alla stessa Polachek, anche la star neozelandese Lorde e il canadese Mustafa The Poet. La tenera Vivid Light (in cui è presente la scrittrice Zadie Smith) apre a una ballad dove troviamo Eva Tolkin, Ian Isiah (altro collaboratore di vecchia data dell’artista londinese) e Liam Bensvi: Countryside racconta in maniera diretta il bisogno di escapismo dalla realtà cittadina (“Take me away from the broken lights / Could it be that you’re alive? / Take me away to the countryside / In the fields trying to hide”) attraverso un brano che rievoca le atmosfere del rock alternativo degli anni Ottanta.
The Last of England mescola una produzione voce-pianoforte con sample, archi e un drum beat dinamico, si addentra nei rapporti familiari di Hynes e con la sua zona di provenienza (“Ilford is the place that I hold dear”). Subito dopo c’è Life, con Charlotte Dos Santos e Tirzah, più incentrata su strofe R&B; Westerberg (che cita l’omonimo cantante dei Replacements) invoca dei momenti passati, la nostalgia è stesa su un dolce pezzo ambient-pop (troviamo ancora Tolkin e Liam Bensvi). The Train (King’s Cross) vede un duetto postpunk con Caroline Polachek e riprende il topos della stazione e del treno come punto di non ritorno; Scared of It mantiene alto il ritmo, insieme a Brendan Yates, frontman della band hardcore Turnstile, e al musicista inglese Ben Watt.
Il disco si conclude con I Listened (Every Night), ispirata anch’essa alla musica anni Ottanta, e I Can Go, nella quale partecipano Mustafa, di nuovo, e la violoncellista Mabe Fratti: quest’ultima canzone inneggia a una partenza (o ripartenza), nel quale l’artista, trovatosi nel bivio tra l’abisso e la luce, si convince di dover proseguire il proprio cammino (“Now, what you know / Is nothing I can hold / I can go”).
Nel suo quinto album, esplodono insieme lucidità e inquietudine verso il vissuto, la nostalgia si mescola alla creatività; nella sua interezza, “Essex Honey” è il viaggio interiore di un individuo che raccoglie come foglie d’autunno idee e generi, fondendoli insieme come se fosse un’operazione naturale. L’insieme di artisti eleva l’opera e contribuisce a rendere l’album di Blood Orange un’esperienza uditiva, un paesaggio crepuscolare pienamente riuscito.




