Deaf Club – We Demand a Permanent State of Happiness
Recensione del disco “We Demand a Permanent State of Happiness” (Southern Lord/Three One G, 2025) dei Deaf Club. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Io ero intontito, e continuava a ronzarmi in testa quella frase: ‘non possiamo essere gentili in questo mondo oscuro.’ E più mi ronzava in testa più mi sentivo ingiustificato a essere cattivo: sentivo che andava cambiata, che qualcosa non funzionava, che cos’ com’era, ‘non possiamo essere gentili in questo mondo oscuro’, era troppo pragmatica, troppo coerente, troppo comoda.
Gian Marco Griffi, “Digressione”
Mentre rumino queste parole a denti stretti, le rigiro tra mente e bocca, la richiesta rifulge: “We Demand a Permanent State of Happiness”. Justin Pearson, tra le fila del Deaf Club, dice “Esigere uno stato di felicità permanente ci sembra una richiesta ragionevole, in questo mondo, contando anche il poco tempo che ci è concesso per viverci.” Allora la frase che, una volta letta, mi è rigirata nella zucca per mesi, ha un suo oggettivo risvolto. Lo trovo in un disco. Un disco violento. Che smuove qualcosa.
Tre anni da “Productive Disruption”, per una crescita orizzontale. Esplorazione del territorio ormai conosciuto (ma che mai ci si stanca di esplorare) di quel “oltre-punk” scardinato, tra i pochi, proprio da Pearson, nei suoi mille e più progetti, ognuno identitario, ognuno a se stante. Ognuno significativo. Nihilism for Dummies, primo singolo, pezzo che sfonda l’uscio. Un video: il papa, un leccapiedi che nasconde un corpo che pare senza vita, un “Orangucop”, un cimitero, nascondendo le verità, interrotti dal gruppo che inizia a sfasciare il silenzio, la sei corde di Brian Amalfitano che lancia raggi laser, tutto sembra tranne quel che è, pressione a 8-bit, pressione idraulica e uno spirito di vendetta che tutto distrugge, rovescio della medaglia. “Science doesn’t care what you think / God’s shit will just still stink”, così, in un momento in cui dire equivale a esporsi che equivale, a sua volta, a finire alla gogna, Justin grida fortissimo nel microfono una verità che non va taciuta mai, tutto attorno una tempesta mathcore fuori di cranio lanciato a tempesta.
Non si arrende (perché farlo?), Biblical Loophole è un pozzo oscuro, velocità smodata, tutto suona come una trivella, rallentamento che sfinisce e sborda, sbocco vocale che ustiona. Counterfeit Coins apre a trapano battente, si fa grind grandeur, brucia tutto. Vinegar, Soap & Holy Water, aka hardcore dada coi suoni che sbattono da tutte le parti, disgrega(n)ti. “We Demand…” è tutto sound d’apocalisse sul filo di un rasoio affilato, non lascia scampo, soprattutto quando l’oscurità si divora il mondo, ecco che appare Frequency Illusion, pazza più che mai, dallo stomp enorme e aperto che lascia sfiatati. La melodia che battezza All Hot Dogs Are In-Bread thrasha tutto (certi Slayer/Sepultura osservati da un punto di vista obliquo), spunka e digerisce, un pugno sulla nuca.
Il manifesto End of a Ear, mid tempo creepy, un mostro che digrigna i denti nel buio, darkcore (esiste? Non esiste? Che mi frega?), iniettato da particelle post-punk (aliene, mica di questo mondo, mica pescate altrove come fa chi di idee non ne ha manco uno straccio) e poi martellate elettriche senza fine, pestate dritte per dritte per dritte per dritte, fino alla fine. Fino a quando la richiesta del titolo non verrà assecondata.




