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mclusky – the world is still here so we are

2025 - Ipecac Recordings
noise rock / post hardcore

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Tracklist

1. unpopular parts of a pig
2. cops and coppers
3. way of the exploding dickhead
4. the battle of los angelsea
5. people person
6. the competent horse thief
7. kafka-esque novelist franz kafka
8. the digger you deep
9. autofocus on the prime directive
10. not all steeplejacks
11. chekhov’s guns
12. juan party-system
13. hate the polis


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mclusky non è più il mclusky che conoscevamo. Davvero? Forse mento. È una questione di membri? E allora? Da quel punto di vista mclusky non sarà magari più quello del gigantesco “Mclusky Do Dallas” (sia sempre lodato Steve Albini), ma lo spirito continua, per citare gente di livello. Continua bene? Tanto da far eccitare fisicamente, ma senza quasi.

Tira e molla, molla e tira, reunion o non reunion negli ultimi undici anni, e Andrew Falkous decide che è ora. Si accasa in mezzo ai pazzi di Ipecac Recordings, e assieme a Damien Sayell e Jack Egglestone riporta in vita discografica mclusky. Si spera in via definitiva, perché c’è bisogno di sporco, in questo mondo. Il mondo è ancora qui e così anche noi. Mica si poteva scegliere un altro titolo, qua.

Tornano subito, ad attributi spianati. Primo singolo, way of the exploding dickhead ed è già ignobile fantasticheria, già dal titolo, ovvio che sì, pure il video: una palestra, gente improbabile che, con ghigne da pub (e mica no?), si dà da fare col workout, e le grida, Falco allena gambe e gola, “Jerks prefer jerks for sure”, è sicuro, balla tutto, anche il ritmo, ci arriviamo. Secondo singolo, ancor meglio, people person: scena spostata in un ufficio, la parola “teamwork” campeggia su una parete e, dopo poco, i comportamenti degli impiegati lanciano la distruzione, tra sangue, sborra e sudore, violenza inaudita e gratuita, la frustrazione ma, Falco, è solo una persona normale, stufo marcio di guardarsi indietro, non è un parassita, né un poser, men che meno un prete. chekhov’s guns, terzo e ultimo: una stanza, triste e sporca, tipicamente english lower class che più low non si potrebbe, un clown (riprende la copertina dell’album, e chi ha detto Mr. Bungle? Dai, sì), una vita buttata, la proverbiale tristezza del pagliaccio, si spara? Esce una bandierina dal ferro. Mentre la TV va per conto suo, tra televendite e TG, si dà accidentalmente fuoco. Finisce tutto.

La parte visuale, grazie al regista Remy Lemont, è già il top di gamma del malessere. mclusky sa che non c’è solo quella che passa per le orecchie. Ma c’è, fragorosa. C’è, irrispettosa. Un linciaggio sonoro. Ecco il noise rock che ancora una volta torna, si palesa, fa capire che è di nuovo tempo di sporcare le pareti (e le mani) di merda, smerdare tutto. Perché il mondo sarà pure ancora qui, ma fa schifo esattamente come prima, e mclusky è una band che ha tirato fuori il primo disco a inizio Millennio, il peggio stava per arrivare.

unpopular parts of a pig (già uscita un paio d’anni fa, ma rieccola qui!) riprende il filo dov’era rimasto e lo gira attorno alla gola, virulenta, veloce, strafottente Falco, “prova a raccontarmi una storia senza ‘Io’”, e i riff che si srotolano impazziti, un massacro totale, i cori, “fucking daft pig”, tutto va in milioni di pezzi. La doppietta che segue è l’annientamento punk: cops and coppers sono i Clash impazziti in quel supermercato dopo essersi persi, dita medie alzate, ritmiche che saltano come mine, compatti contro il nemico, e il ritmo lascivo di way of the exploding dickhead sa di lordo lontano miglia. Ma poi ancora punk, più cow, più outlaw, come un treno arriva kafka-esque noveist franz kafka, la voglia di singalong di the battle of los angelsea sostenuta solo dalla sezione ritmica, pachidermica. Pachidermi doomescenti che trascinano l’elettricità di people person, rabbiosi e schifati, incazzati neri, tornano su the digger you deep e spaccano tutto quanto, “pure gli idioti lo sanno che più scavi a fondo più va peggio”, e allora scava, scava ancora. Non da meno il fucile a pompa noise rock all’ennesima potenza di chekhov’s guns, è tutta paranoia e suoni folli, da circo in fiamme (ovvio, giusto?), chitarre a rasoio, tutto fa un po’ male, “se avessi una brutta giornata tutte le volte che ho detto di averne avuta una…

Il disco ha così tante anime e sfaccettature da sembrare voler uscire dai binari quando meno te l’aspetti, e lo fa? Lo fa. hate the polis (oh sì, anche io hate the polis) è ubriachezza fracica, cori di zucchero Sessanta (Beatles? Beat di sicuro), che vanno a braccetto con le dissonanze tanto care e poi, blam, salta il coperchio. not all steeplejacks si allucina da sola, uno sbalzo termico non da poco, l’asfissia feroce diventa afa, motori che girano a giri bassissimi, Falco pare uscito da un manicomio, i sodali gli danno una base che gira in tondo, la chitarra aleggia, è party ipnotico in cantina, dove accadono le peggio cose.

mclusky è tornato al momento giusto, il momento in cui tutto fa più schifo che mai, e vuole solo farvi lo scalpo. Assieme a “viagr aboys”, disco che salva il rock annientandolo a calci in faccia, segnate pure lì, sul telefono, su un tovagliolo, cazzo ne so. Non c’è di che.

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