Golden Apples – Shooting Star

Recensione del disco “Shooting Star” dei Golden Apples. A cura di Emanuele Podda.

Se a Philadelphia dovessimo identificare l’attuale centro di gravità della prolifica scena indie rock locale, questo non potrebbe essere che Russell Edling, ovvero la mente dietro i Golden Apples. Benché inizialmente mero moniker dietro il quale si celava un veicolo per le produzioni soliste di Edling – già membro di band come Cherry, Kite Party, e Lowercase Rosesa partire dalla pubblicazione del terzo album, ovvero l’eponimo “Golden Apples”, esso è diventato progetto veramente collettivo che ha progressivamente visto coinvolti alcuni dei musicisti più rappresentativi del sottobosco musicale alternativo di Philly, quali la cantante e chitarrista Mimi Gallagher (compagna di Edling), il batterista Pat Conaboy, il bassista Tim Jordan e, in ultimo, il chitarrista Matt Scheuermann. 

Il sound, più che cambiare, si è arricchito di conseguenza: Edling è rimasto tendenzialmente fedele alle produzioni lo-fi, la ritmica slacker, e le atmosfere vagamente psichedeliche degli esordi, ma, grazie al dialogo e al lavoro in comune con i suoi compagni, le trame melodiche si sono fatte più complesse, luminose, ed energetiche, con sconfinamenti occasionali in un retro-pop/rock di matrice beatlesiana e in un power-pop più d’impatto rispetto a quello praticato in precedenza. Se inizialmente queste tonalità globalmente più solari e positive delle composizioni hanno dato vita ad un contrasto dolceamaro con i testi introspettivi e dalle tonalità cupe di Edling, progressivamente si è potuta osservare una svolta più ottimista anche sotto questo versante. Il risultato finale di questa evoluzione, l’album “Bananasugarfire”, uscito nel 2023, ha rappresentato la vetta compositiva dei Golden Apples, un compendio di 10 brani “all hits, no skips” in cui la band ha saputo mescolare abilmente melodie lo-fi alla Yo La Tengo e Guided By Voices con sfumature jangle pop ed echi power-pop alla Weezer e Teenage Fanclub, trovando un equilibrio perfetto tra immediatezza e sperimentazione. 

Shooting Star”, uscito venerdì 19 settembre 2025 per Lame-O Records, pur saltuariamente sperimentando più arditamente e dunque perdendo qualcosa in accessibilità rispetto a “Bananasugarfire”, si mantiene su livelli qualitativi eccelsi lungo quasi tutto il viaggio psichedelico pieno di pop distorto scandito dalle sue dodici tracce, patchwork di collaborazioni in svariati luoghi e con svariati artisti di Philadelphia poi alchimizzate dal fonico di mixaggio Matthew Schimelfenig.  

A risultare più fruibili sono sicuramente i singoli:  Noonday Demon, pezzo di poco più di due minuti che prende il titolo da un libro sottotitolato “Atlas of Depression” che Edling dice di tenere sul comodino, unisce la brevità e l’orecchiabilità sunshine pop degli Apple in Stereo con lo shoegaze dei primi Radio Dept.; Mind, una gemma power pop con sfumature psichedeliche nel finale che racchiude una riflessione amara sull’inutilità della mindfulness come argine alla destabilizzazione psichica causata dagli orrori banali della quotidianità contemporanea (“If this love is an event in my mind / And all this evil is an event in my mind / I must be out of mind”); e Freeeee, uno dei punti più alti dell’intero disco, in cui Edling e compagni riescono ad amalgamare in una melodia fluida e irresistibile ritmiche slacker, psichedelia, e noise pop. 

Il resto dell’album conferma e non smentisce la qualità intravista nei tre brani sopracitati. Meritevoli di menzione sono sicuramente Divine Blight e Fantasia, brani slacker rock dalla forte impronta lo-fi che richiamano i The Sea and Cake o i primi Neutral Milk Hotel di “On Avery Island”, e la solare e arpeggiata Feliz, che che evoca i primi ricordi della storia d’amore di Edling con Gallagher e suona come una versione sotto acidi degli Yo La Tengo. A volte si palesa anche una più singolare vena sperimentale, a testimonianza del processo di post-produzione da “scienziato pazzo” che Edling ha spesso dichiarato di seguire rinchiuso nel seminterrato di casa sua una volta le registrazioni ultimate. È il caso di Ditto, brano guitar-driven dallo spirito power pop che si prende, verso la metà, un momento lisergico in cui la chitarra si ferma e, mentre il resto della canzone procede inalterato, sovrappone un mellotron che suona delle note in una chiave completamente differente, causando un forte senso di straniamento, come se lo spirito del compianto Mike Pinder si fosse impossessato per un attimo dei membri dei Weezer.

Ancora più onirico il lungo pezzo strumentale inserito in chiusura del disco, How Long Must I Stay In This Place?, in cui, in modo fortemente simbolico, un breve riff di chitarra acustica che ricorda i Beat Happening di Indian Summer si ripete dall’inizio alla fine della canzone, integrato qui e là da brevi arpeggi di una seconda chitarra, quasi come dei tentativi abortiti di sfuggire dall’impasse creativa, e dai corti vocalizzi di Edling che suonano come echi distanti provenienti da un’altra dimensione. L’unica sbavatura, che non compromette il giudizio positivo sull’opera, è rappresentata dalla scarsamente ispirata, seppur godibile, Song for the Record Exchange, brano alt-country alla Big Thief che manca del guizzo lisergico in più che caratterizza gli altri undici brani dell’album.In conclusione, con “Shooting StarEdling e i suoi Golden Apples hanno dimostrato la loro capacità di costruire e sostenere nel tempo un ecosistema creativo autentico di pregevole fattura. Il disco perfeziona il loro caratteristico equilibrio agrodolce: melodie musicalmente edificanti che abbracciano testi stanchi del mondo, slacker rock melodico con venature psichedeliche che si fa veicolo di riflessioni poetiche.

Nei fatti, quello che Edling chiama con disarmante umiltà il suo “piccolo, stupido modo artigianale” di fare musica è in realtà una maestria raffinata, alimentata da curiosità genuina e da una visione collettiva che ha trasformato un progetto solitario in una delle pietre angolari della scena alternativa di Philadelphia, creando al contempo comunità e condivisione attorno a sé. Date queste premesse, “Shooting Star”, similmente al precedente “Bananasugarfree”, non è solo un gioiello di maturità artistica, ma anche, e soprattutto, promessa di ulteriori, affascinanti sviluppi creativi.

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