Sprints – All That is Over

Recensione del disco “All That is Over” (Sub Pop / City Slang, 2025) degli Sprints. A cura di Fabio Gallato.

“Il secondo album è sempre il più difficile”, diceva qualcuno. E gli Sprints sono certo che su questo concetto devono averci riflettuto a lungo. Su “All That is Over“, nuovo lavoro della band dublinese, c’erano infatti aspettative e speranze, perché Karla Chubb e soci nel loro esordio “Letter to Self” avevano effettivamente mostrato un’attitudine per certi versi obliqua rispetto ai colleghi della scena britannica, soprattutto nel loro riuscire a dividersi tra accessibilità e spigolosità. Ma ora le cose si possono fare complicate, l’effetto sorpresa svanisce e non è semplice fuggire agli spettri dell’omologazione, soprattutto in una scena in cui tutto suona uguale e senza soluzione di continuità.

Per ovviare al pericolo, gli Sprints mettono in atto una strategia naturalissima, ovvero essere tutto e non essere niente: “All That is Over” è in questo senso un disco stilisticamente molto vario, sia nei suoni che nelle atmosfere, che vanno dal post-punk più cupo di Abandon al noise furibondo di Coming Alive, e fino allo shoegaze di Better o al solito ma deflagrante garage di Descartes. Il collante è la voce di Chubb, autrice tagliente e provocatoria, capace di trasformare esperienze personali e pressioni esterne in liriche che vanno oltre la semplice narrazione.

Emerge però anche l’altro lato di una medaglia che cambia colore di continuo: la forza di Chubb è sì capace di reggere da sola l’impatto di interi brani ed è nei fatti il marchio di fabbrica della band. Talvolta finisce però per soverchiare il resto della formazione, capace invece di buoni arrangiamenti e dinamiche interessanti. Ed è proprio qui che si annida il limite del disco e forse dell’intera essenza degli Sprints: la ricerca di tanti registri diversi, unita a una voce che calamita su di sé quasi tutto l’ascolto, rende difficile percepire una vera coralità, elemento che spesso distingue i dischi destinati a durare.

All That is Over” si gioca dunque tutto su un gioco di equilibri instabili, in cui la varietà rischia di trasformarsi in pura dispersione. In questa frammentarietà si riconosce comunque la mano ferma degli Sprints, già capaci di distinguersi in un panorama che continua a produrre dischi simili a raffica. Pieno di energia e intensità, è un disco che cattura ma che non sempre regge a un ascolto più approfondito. Il piglio c’è, la qualità dei singoli brani pure, ci si aspetta solo che il talento si compia in una scrittura davvero riconoscibile e compatta che possa incorporare una volta per tutte furia e versatilità.

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