Rick Wakeman – Melancholia
Recensione del disco “Melancholia” (Madfish, 2025) di Rick Wakeman. A cura di Sergio Bedessi.
Cangiante e poliedrico come la sua musica, con una carriera artistica multiforme, una sorta di fenice musicale sempre capace di rinnovarsi, Rick Wakeman uscito il 17 ottobre 2025, con il suo terzo album pianistico, “Melancholia”, per l’etichetta Madfish.
Mentre i precedenti lavori al pianoforte, “Piano Portraits” (2017) e “Piano Odissey” (2018) risultavano ancora ancorati, almeno dal punto di vista delle reminiscenze melodiche, a quel genere per il quale Wakeman è conosciutissimo, quel progressive rock contaminato da elementi provenienti dalla musica classica, questo nuovo lavoro è assolutamente originale.
Con “Melancholia” la fenice, dopo essersi nuovamente trasformata, ha preso il volo verso quella che sembra una vera e propria seconda carriera di questo artista eccezionale che ha registrato oltre cento album, spaziando dalla colonna sonora di “1984” alla musica new age, dall’esperienza con gli Yes per la quale è conosciuto ai più, all’essere quel formidabile session man che ha suonato per David Bowie in Space Oddity e Life on Mars?, così come per i Black Sabbath in Sabbath Bloody Sabbath.
Proveniente dalla musica classica, Rick Wakeman ha creato, durante la militanza negli Yes, alcune delle sonorità synth più iconiche ed è inoltre famoso per le imponenti batterie di sintetizzatori e i costumi che lo distinguevano nei live dei suoi due album “The Six Wives of Henry VIII” (1973) e “Journey to the Centre of the Earth” (1974). Personaggio eccentrico, è un’autentica icona del progressive rock e uomo di grande cultura, capace di fondere in modo spettacolare virtuosismo strumentale e ispirazione musicale. Il titolo del nuovo album, “Melancholia” (malinconia in italiano) lascerebbe presagire qualcosa di triste, visto che la parola è stata usata fin dal tempo degli antichi greci per descrivere un senso di tristezza e di mancanza di speranza, quasi un prodromo per la depressione, ma non è così.
Se si ascoltano con attenzione i vari pezzi, ci si rende conto che la malinconia alla quale si richiama Rick Wakeman non è quell’ombra perenne che avvolge l’esistenza umana, non lo Spleen del quale narra Charles Baudelaire con ”Les Fleurs du Mal”, ma la malinconia celebrata da John Keats nella celebre “Ode on Melancholy”, stato d’animo necessario e fondamentale per comprendere se stessi. Non il senso di nostalgia per ciò che è stato o per ciò che non sarà mai tipico del romanticismo tedesco, ma lo spazio da esplorare, in questo caso musicalmente, dentro il proprio io. E come Ulisse navigava per tornare alla sua Itaca, Rick Wakeman fa navigare l’ascoltatore fra i vari stati d’animo della sua personale “Melancholia”, transitando da pezzi come il pacato Reflection al baroccheggiante The Morning Light che ricorda all’ascoltatore l’eclettismo della sua musica, ma anche la forte capacità di descrivere quello che il titolo promette.
Anche se dal primo pezzo si percepiscono alcune reminiscenze dei suoi lavori storici, più che altro per le strutture, che dal sottofondo fanno risaltare il motivo quasi sempre raddoppiato, nel complesso l’album si distingue per l’originalità rispetto ai precedenti lavori pianistici. Alcuni brani risultano maggiormente articolati, come All in the Mind, il pezzo più lungo dell’intero album, altri sono invece più scarni, come Missing, un pezzo riflessivo che sembra essere stato composto di getto, molto naturale e piacevole grazie a una serie di interessanti modulazioni. Non mancano pezzi molto melodici, come Watching life e l’album è magnificamente concluso dalla title track, intimista e delicata, una chiusura perfetta dell’intero album.
Chi conosce Rick Wakeman e la sua produzione musicale precedente rimarrà comunque stupito dalla bellezza intrinseca di questi pezzi al pianoforte, che inaugurano una nuova e promettente stagione musicale di questo mirabile artista, mentre chi non lo conosce avrà modo di apprezzare pezzi contemplativi ed eleganti, che inducono alla riflessione interiore.




