Hyperwülff – Addendum Two

Recensione dell’EP “Addendum Two” (Overdrive Records, 2025) degli Hyperwülff. A cura di Luca Ciaramelletti.

Dopo “Addendum One” continua con il secondo capitolo di spin-off la saga immaginifica del duo felsineo composto da The Sarge (chitarra, voci e synth) e The Wülff (batteria e synth). Un lavoro che sembrerebbe lontano dagli ascolti a cui ci hanno sottoposto, discostandosi dalla subitaneità della “collera di migliaia di artigli e zanne” (bio Bandcamp). Se, soprattutto nei tre volumi (“Erion Speaks”, “The Divide” e “Burrowing Kingdoms”), siamo stati abituati a prepotenze sludge, tracotanza, riff grezzi dalle influenze stoner, condensati in un sound noise spacca facce e timpani, dagli ululati post-metal e punk nell’attitudine, ora la direzione presa è un’altra. Le sensazioni di “intorpidimento e fallimento eterno dettate dall’impossibilità di azione” (dalle cronache di Erion) evocate appunto negli altri lavori, lasciano strada alla perdizione nello spazio. Indossate le vesti da cosmonauti veniamo catapultati in questo interlocutorio EP. Un viaggio propenso all’indagine e al superamento dei loro stessi orbitali sonori, prima claustrofobici ora inintelligibili. 

Quanto detto potrebbe quasi risultare come una rinnegazione delle proprie origini, ma esiste un forte parallelismo, oltre che una continuità, che lega la loro attività artistica ed è l’universo fantascientifico attorno al quale si ambienta la loro musica. Hanno anzitutto creato una lore dettagliata del pianeta Erion (e successivamente anche di Ktolon), inizialmente intriso di “vita” intrecciata con l’energia dello stesso, poi, e qui possiamo forse intuire un velo di allusioni e metafore, l’arrivo di Robogoat “the Great Machine”, avanzato marchingegno famelico di energie di altri pianeti, e il seguente inizio della guerra: battaglie furiose che hanno portato alla perdita della corporeità dell’Iperlupo, ridotto a spirito, e all’entrata in scena dei nostri The Sarge e The Wülff come portatori-custodi della Stele di Laar, dove è racchiusa tutta la forza del poc’anzi detto corpo celeste. Si evince come questo conflitto venga trasposto in musica ascoltando “Volume One: Erion Speaks” (mixato da James Plotkin). La lotta manichea, sviluppata anche all’interno del secondo capitolo (“The Divide”), si conclude lasciandoci con l’ultimo pezzo del disco: Infinite Titan (nome della navicella con la quale abbandonano Erion) in cui l’escatologia dei nostri eroi appare ignota. Ci ritroveremo quindi coinvolti in spedizioni interplanetarie sempre più tetre, perdizione e profondi dubbi, dove la resilienza dei nostri attori verrà messa alla prova. Qualche centimetro di acciaio li proteggerà dal vuoto.

Le distese oceaniche di buio spaziale, l’angoscia generata dall’ignoto destino, la tensione musicale, la potenza soverchiante dell’alterità e l’urgenza del ripristino del passato (Erion, l’Iperlupo) mi hanno fatto pensare a Solaris (1972), film di Andreij Tarkovskij. Collegamento anche influenzato dalla fantascienza che li accomuna (vintage del film e retrospettiva del duo).

Già con “Addendum One” (dedicato a Carl Sagan) la diaspora cosmica dei protagonisti sembrerebbe vagheggiante. Citandoli: “Su questa nave sappiamo da dove veniamo ma non dove siamo diretti, siamo diventati la luna, orbitando nell’universo fino a quando una nuova gravità non ci attrarrà a sé” (dal testo annesso all’album). Presentano qui un’ottima versione di Set the controls for the heart of the sun e danno l’incipit a quella che potremmo chiamare una deriva spaziale-sonora digitale in uno scenario “pitch black” post-apocalittico dove del pianeta Erion non restano che lontani ricordi. Il tempo si dilata e i bpm si rilassano, distesi dai sintetizzatori dark-ambient, sciolti in sonorizzazioni space-rock macabre dall’ontologia spettrale.

Di lì a breve uscirà il gioco “Void and Descent” insieme alla soundtrack originale, registrata usando FM-DRIVE (un VST synth basato sul chip audio della Sega Genesis). Una sperimentazione che ancora abusa, talvolta, di ritmiche ossessive, ma adesso in chiave 8-bit (o potremmo dire 16bit). Un forte richiamo al retrofuturismo in cui l’avvenire dell’universo Hyperwülff viene trasdotto elettronicamente tramite l’utilizzo di una console degli anni ’90. 

Persisterà nel terzo volume, alternata alle precedenti sonorità, e in “Addendum Two” la contaminazione sintetica, figlia del progresso del duo. L’ultimo lavoro fa da colonna sonora a un inedito minigioco da tavolo che riprende tre capitoli della saga, presentato in un packaging che richiama quello delle cartucce Sega Mega Drive. Al suo interno troviamo la tape, le schede di gioco, un dado e un tarocco casuale. Un’originale all-in-one DIY-punk capace di farci immergere, da soli o in team, in una serie di avventure in stile dungeon-crawler ispirate dalla fantascienza vintage di autori come Ursula K Le Guin, Frank Herbert e Ray Bradbury.

Dopo un profondo silenzio criogenizzato durato quasi tre anni (esce solo una cover di Supercollider dei Cavity), noi pathgrinders veniamo svegliati da suoni alieni e dalle percussioni primitive del primo pezzo del nuovo EP Arrival of the Great Machine, dove il paesaggio sonoro parrebbe quello di un’arcana cerimonia che accompagna l’atterraggio di una recondita nave spaziale. Desumo, dal titolo del secondo pezzo Abandoned Outpost e dal rumore del vento con cui inizia, che il suolo dove siamo giunti non sia fertile né ospitale, ma arido e spoglio, o come ci suggerisce la copertina del disco (artwork di beinato) raggelato e marmato. Digging the Void è quasi un pezzo techno, si apre con un’unica nota ripetuta che solo inizialmente mi ha ricordato la campionatura della voce di Laurie Anderson in O Superman. La direzione ultraterrena viene innescata da una disturbata interferenza di un messaggio robotico dopo la quale persiste la sperimentale natura dungeon-synth e dark-ambient del disco.

“Addendum Two”,pubblicato per Overdrive Records, si posiziona, a livello stilistico, in atmosfere sonore che traggono origine dalla kosmische musik tedesca in chiave drone-minimalista, e dalle incursioni oscure, rievocando lavori come quello di Klaus Wiese (o dei romani Traum). Le composizioni long-form, curate in collaborazione con Diego Castioni, fanno da background meditativo e totalizzante per quella che sarà l’esperienza di gioco. Clima sonoro opprimente e lugubre che si avvale sovente di melodie ossessive, a volte spaventose. Prigioni sideree e oniriche che alternano stati di rigidità plastica catatonica a liquidi cedimenti.

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