Jim White – Inner Day

Recensione del disco “Inner Day” (Drag City, 2025) di Jim White. A cura di Paride Placuzzi.

Ad un certo punto c’è Jim che innaffia le piante con un bicchiere e tra una pianta e l’altra ne prende un sorso anche lui (guardate il video del pezzo Inner Day). Credo che in questo gesto sia racchiuso il concetto stesso della sua musica. È un punto di collegamento. È buona per le piante ed è buona per noi esseri umani. Trascende l’essenza di musicalità riducendo ad un puro bisogno vitale la sua fruibilità.

In questo suo secondo lavoro, dal titolo “Inner Day”, c’è la stessa necessità di scoperta che troviamo nel precedente “All Hits: Memories” e che ha l’aspetto del fanciullo curioso mentre raccoglie erbe e cattura insetti nel bosco. Sincero, vitale e felice nello scoprire semplici verità. L’artwork di Anna White direi che è azzeccatissimo. Linee pastellate che sembrano fatte da un bambino e che racchiudono tutta la sua realtà momentanea. Semplici e perfette.

Il disco, anch’esso uscito per Drag City, va ascoltato tutto d’un fiato, assaporato come si assapora la freschezza dello scorrere dell’acqua in un fiume di alta montagna. Piccoli frammenti melodici ci accolgono di tanto in tanto, a volte accompagnati da schizzi color batteria, a volte lasciati viaggiare nell’atmosfera fino a scomparire. Prendendo dalle sue parole: “I found the notes wanted to move more and so that is what they do”.

È intimo e per darci ancora di più questa sensazione di intimità Jim ci regala la sua voce in due tracce, Inner Day e I Don’t Do / Grand Central. La sua è una voce timida, sincera e sicura, ci invita a riflettere sul valore dei giorni che passano fino ad agglomerarsi a formare una vita intera. Se siete curiosi ed avete voglia di esplorare verdi paesaggi questo è il disco che fa per voi. 

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