Penelope Trappes – Æternum
Recensione del disco “Æternum” (One Little Independent, 2025) di Penelope Trappes. A cura di Sergio Bedessi.
Ispirata da un ritiro nelle Highlands scozzesi dove ha trovato un impulso creativo amplificato grazie a sessioni di studio e registrazione a lume di candela, sempre lavorando su temi inerenti la morte, dopo il precedente “A Requiem”, torna Penelope Trappes con l’album “Æternum”, distribuito da One Little Independent Records.
Sette tracce dai titoli un po’ funerei che sono in qualche modo la continuazione, se non l’espansione, di quell’universo sonoro già tracciato dall’artista nel precedente album.
Dalle aule di studio del pianoforte ai vasti orizzonti del jazz, dell’opera e della musica sacra, i cui echi riverberano appunto nei suoi lavori, come quest’ultimo, la musicista australiana Penelope Trappes ha plasmato un percorso effettivamente unico.
Mentre un tempo la sua identità musicale risiedeva essenzialmente nelle trame sonore del duo avant-pop elettronico The Golden Filter (con Stephen Hindman), dal 2014 l’artista si è mossa verso un’esplorazione solista che è quella che poi definisce il suo stile odierno: tessiture musicali gothic ambient con incursioni nel dreampop e nell’ethereal wave.
Il titolo del nuovo album, “Æternum“, evocando la gravità tematica di questo lavoro musicale ne sancisce il legame concettuale con il dolore, con il passare del tempo, con la morte; egualmente i titoli dei vari brani rafforzano il legame con gli aspetti più crudi e a volte più macabri collegati alla morte. Un esempio fra tutti Bleed, che potrebbe riferirsi, tanto per il titolo quanto per la musica, a un metaforico sanguinamento dell’anima, a una sofferenza emotiva, ma anche a un ben più realistico sanguinamento di un cadavere sul tavolo di un’autopsia.
I brani dell’album sono ricchi di sperimentazione, a volte anche troppo appesantita, così come di suoni e cori inquietanti; in questo senso risentono di un lavoro di produzione artistica condotto in modo ancora un po’ naif.
Brevissimo il pezzo, solo strumentale Requiem Aeternum di tipologia essenzialmente ambient e che rende l’idea introduttiva dell’intero album, mentre il ben congegnato Bleed, con quel motivo sempre presente per tutta la durata, fornisce effettivamente all’ascoltatore l’idea del sanguinamento. Da notare che il titolo del primo pezzo in latino corretto avrebbe dovuto chiamarsi Requiem Aeternam, se riferito all’oggetto della preghiera (“Requiem Aeternam dona eis, Domine,…”) come sembra intendere l’artista, oppure Requies aeterna se semplice titolo.
L’ascoltatore prova un vero e proprio senso di tensione, quasi fisica, mentre ascolta Desiderium, con quel sottofondo di segnali morse insieme al rumore di pioggia ed è ben evidente un senso di destrutturazione di qualsiasi armonia/melodia. Interessante e melodico se considerato nell’insieme dell’album, The Mercy of the Hagetisse. L’inizio fornito da un suono fermo di organo sul quale si innesta un ritmo di tamburo tribale precede la voce che mantiene a lungo un incedere lento e inesorabile mentre il suono di organo aumenta e a questi si aggiungono altri suoni. Quasi una litania per questo pezzo che ben rappresenta la strega (“the Hagetisse”) non in termini negativi, ma per il patrimonio di saggezza che porta con sé.
Il pezzo finale, Home, vive essenzialmente dei suoni di acqua e di piano preparato, ma anche della voce; mentre tanto la voce quanto i suoni del piano si perdono nella lontananza spettrale alla fine rimane solamente lo scorrere dell’acqua.
Album interessante, questo di Penelope Trappes, che segna sicuramente un’evoluzione rispetto al precedente lavoro dell’artista, un album che è, nei vari passaggi, una vera e propria cerimonia musicale in onore dei defunti.




