Agnostic Front – Echoes in Eternity

Recensione del disco “Echoes in Eternity” (Reigning Phoenix Music, 2025) degli Agnostic Front. A cura di Andrea Vecchio.

Ancora, voi direte. Ancora un disco degli Agnostic Front, sì. Nel 2025, dopo più di quarant’anni. Dopo “Victim in Pain” e “Cause for Alarm”, ecco “Echoes in Eternity”. 

Il fatto è che, passando per i tour Bridge Nine le uscite discografiche per Nuclear Blast e major, il gruppo di Stigma e Miret si è tolto quell’alone un po’ sminuente e al tempo stesso nostalgico di godfathers of hardcore che gli era stato appioppato agli inizi degli anni ’10 da parte di fans troppo concentrati su mosh e Nike Dunk. Scrivendo così un disco succoso e determinante, che non scimmiotta né il passato né la lore era più recente, buttando là quindici brani con ritornelli, tupa tupa e, sto per dirlo, tenetevi forte, anche un po’ di quella voce tutta cantine e risentimento che caratterizzava i dischi pre-“Riot, Riot Upstart!”. 

Gli episodi noiosi di “Echoes in Eternity” sono veramente pochi, se si considerano la raffazzonata e godereccia Turn Up the Volume e qualche metallarata posticcia buttata qua e là come riempitivo.

Matter of Life & Death è puramente NYHC, con tanto di carrambata di personaggi appartenenti alla mitica DMS, Sunday Matinee è dedicata ai gloriosi fasti dei concerti pomeridiani al CBGB (guardatevi il documentario, a proposito, di Giangiacomo de Stefani) e Art of Silence è marcatamente vecchia scuola, con marcetta iniziale e deragli vari in vena hardcore. Lacrime di nostalgia, poi, per Hell to Pay, che urla, come una volta, “No fear!”, e Divided, che mischia rancori e singalong da pub in onore della scena newyorchese. 

Avevo paura, a recensire il nuovo Agnostic Front. Non che non sapessi a cosa andassi incontro, ma avevo il timore di trovarmi davanti a un’accozzaglia di suoni e robette punk rock scritte da un duo che per tirar su due soldi si circonda, per spaccare, di turnisti ventenni e comparsate nei festival più importanti e invece, diamine, sono quasi commosso. 

Somethings’s Gotta Give è il primo disco che ascoltai in macchina una volta presa la patente. Rimase nel lettore CD di serie della Opel Astra dei miei genitori per almeno cinque mesi. Certe cose sono dure a morire. La ricetta è sempre quella. Up the Front!

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