Stella Donnelly – Love and Fortune
Recensione del disco “Love and Fortune” (Dot Dash Recordings/Remote Control Records, 2025) di Stella Donnelly. A cura di Emanuele Podda.
Dopo tre anni di silenzio e riflessioni in cui ha attraversato una vera e propria paralisi creativa, Stella Donnelly, cantautrice australiana di Perth ora di base a Melbourne, è tornata lo scorso 7 novembre 2025 con il suo terzo album, “Love and Fortune”. Pubblicato da Dot Dash Recordings (Australia) e Secretly Canadian (resto del mondo), il disco, presentato dall’artista come il suo lavoro più introspettivo e personale fino ad oggi, è un diario musicale che documenta le diverse fasi di dolorosa elaborazione della fine di una storia d’amicizia. Donnelly si è dunque lasciata alle spalle il femminismo militante dell’esordio, “Beware of the Dogs” (2019), così come la vulnerabilità romantica di “Flood” (2022), per concentrarsi su una tematica atipica che ha cercato di inquadrare in tutte le sue complesse sfumature, dalla rabbia al senso di colpa.
In generale, al netto della sua bellissima voce, Donnelly, anche nelle sue produzioni precedenti, non ha mai spiccato per originalità e/o complessità compositive. Nonostante le sue prime esperienze siano state in band garage punk, una volta iniziata la sua carriera solista si è sempre attenuta ad un indie pop abbastanza levigato e lineare, che nel passaggio dal primo al secondo album, in cui il pianoforte ha preso il sopravvento sulle chitarre jangle, l’influenza di Cat Power e i primi #1 Dads su quella degli Alvvays, ha perso ulteriormente in mordente e profondità. “Love and Fortune” non smentisce ma anzi conferma questo trend.
In questo caso, tuttavia, la delusione è ancora più cocente dato che sembra ci fosse la possibilità di fare qualcosa di più. Basti pensare al singolo Standing Ovation, brano dalla intrigante progressione in cui ad una prima sezione che si regge esclusivamente sui synth e il cantato di Donnelly, si giustappone una lunga coda in cui basso e chitarre jangle diventano preponderanti, facendogli assumere una netta sfumatura post-punk. Altrettanto degno di nota è un altro singolo, Feel It Change, apice della discografia dell’artista. Qui su una solida benché ripetitiva sezione ritmica si innestano scintillanti chitarre acustische e la voce cristallina della cantautrice la quale ci dona uno dei ritornelli più orecchiabili dell’anno.
Il resto dell’album, tuttavia, disattende queste premesse, soprattutto quando si tratta di brani quasi esclusivamente piano e voce. Se le indiscusse doti canore di Donnelly e melodie efficaci sorreggono efficacemente i rimanenti due singoli, Baths e Year of Trouble, la maggior parte delle altre tracce, al netto di alcune soluzioni originali – come il sampling dei cinguettii degli uccelli in Please Everyone, indizio della passione di Donnelly per il birdwatching – non reggono il confronto, risultando eccessivamente lineari, ripetitive e scarne.
Discorso parzialmente diverso per i brani più guitar-driven, a partire da Being Nice, zuccherosa ballad con accenti bubblegum pop, W.A.L.K., che acquista ritmo e spessore man mano che si sviluppa, e soprattutto Laying Low, brano di chiusura del disco in cui una base ritmica quasi trip-hop si fonde in modo naturale con chitarre e armonie vocali di matrice dream pop. Nonostante questo, nessuno di questi brani, al più piacevoli, fa intravedere le stesse soluzioni ardite di Standing Ovation o l’immediatezza e memorabilità di Feel It Change, che giocano semplicemente un altro campionato.
In conclusione, “Love and Fortune” sa di occasione sprecata. Nonostante le buone premesse poste dai singoli, assolutamente tra i brani più interessanti ed efficaci dell’intera discografia di Donnelly, il resto del disco si accontenta al più di essere piacevole, al peggio tende a risultare noioso e dimenticabile, confermando purtroppo l’incostanza che, sin dall’inizio della sua carriera, ha caratterizzato la produzione dell’artista australiana.




