IL DISCO CHE RIDE DI TE MENTRE APPLAUDI: 30 ANNI DI "EAT THE PHIKIS" DEGLI ELIO E LE STORIE TESE
"Eat The Phikis" resta, a tre decenni di distanza, un monolite di sfrontatezza intellettuale e godimento fisico. È la prova che la competenza tecnica, quando è totale, diventa l'unica vera forma di ribellione concessa a chi rifiuta il tritacarne del già sentito.

Esistono dischi che si accomodano in classifica e dischi che entrano nel sistema per scardinarlo. Il 4 marzo 1996, gli Elio e le Storie Tese scagliarono un’arma impropria contro un'Italia musicale che nascondeva il proprio provincialismo dietro un rassicurante perbenismo melodico. "Eat The Phikis" resta, a tre decenni di distanza, un monolite di sfrontatezza intellettuale e godimento fisico. È la prova che la competenza tecnica, quando è totale, diventa l'unica vera forma di ribellione concessa a chi rifiuta il tritacarne del già sentito.
Per chi scrive, dodicenne nel pieno di uno sviluppo cognitivo ancora incerto, quel CD fu un trauma benedetto. Mio padre cercava probabilmente un gadget legato al fenomeno Sanremo: io ci trovai un sistema di sabotaggio della realtà. Anche se all'epoca masticavo solo la metà dei sottotesti, percepivo chiaramente che quella musica mi stava guardando dall'alto in basso. Mi costringeva ad alzare l’asticella per non restare fuori dal gioco. Diventare una Fava Romana non fu una scelta estetica, ma un atto di autodifesa: significava stare dalla parte di chi smonta il meccanismo per vedere quanto è rotto dentro, anziché limitarsi a fissarne la carrozzeria.
Licenziato dalla Aspirine Music e distribuito da BMG Ricordi, l’album segna l’occupazione militare del mainstream. Dopo aver usato La terra dei cachi per infilare un termometro nel retto della nazione - tra pizzi, parcheggi abusivi e una sanità allo sbando - la band decise di non fare prigionieri. "Eat The Phikis" non è musica demenziale: è un assalto frontale alla distrazione di massa, eseguito con una disciplina che umilia il dilettantismo dei contemporanei.

Il motore ritmico di Mio cuggino è ancora oggi un paradosso di energia. È una cellula funk dove la batteria del guest stellare Vinnie Colaiuta agisce con la freddezza di una stampante laser, mentre Aldo Baglio recita il breviario delle nostre paranoie quotidiane. È un disco di collaborazioni impossibili perché basate sulla sfida pura. Lo dimostra lo shock di First Me, Second Me con James Taylor o il miracolo soul di T.V.U.M.D.B., dove la voce di Giorgia omaggia gli Earth, Wind & Fire senza alcuna ombra di ruffianeria, trasformando una cotta adolescenziale in un rito laico di rara potenza.
Attraversare oggi l’esotismo di El Pube o la liturgia da stadio di Tapparella è un esercizio di umiltà. Gli Elio e le Storie Tese stavano ridicolizzando i cliché della canzone italiana con il rigore di Frank Zappa e l’acume dei migliori corsivisti di satira. Dimostravano che il talento è un muscolo inutile se non hai il coraggio di usarlo per rompere gli schemi.
Se oggi la musica italiana vi sembra una palude di mediocrità innocua, è semplicemente perché avete smesso di pretendere che qualcuno vi scuota con un arrangiamento in 7/4. E, onestamente, vi sta bene così.

Post Simili

Elio E Le Storie Tese – Figgatta de Blanc

“Contro un’onda del mare” di Max Gazzè, 30 anni dopo: un disco alieno che ha cambiato le regole del pop d’autore

Tera Tera – Tera Tera

