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Ryan Adams – Ashes And Fire

2011 - Columbia Records
rock/folk

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Dismessi ma non traditi i panni metallari che lo hanno portato ad incidere un disco, Orion (2010), che voleva omaggiare e calpestare territori testuali e programmatici cari a gruppi come i Voivod, da sempre nella playlist del nostro. Fatto uscire un doppio album con canzoni provenienti dalle registrazioni dell’ultimo album con i Cardinals, Cardinology (2008), sembrava quasi incredibile che fossero passati quattro anni senza nulla di realmente nuovo.

Anni serviti ad Adams per ritrovare un’ ispirazione che nelle ultime prove sembrava persa dietro a canzoni di puro mestiere con pochi picchi e tanti riempitivi fatti per soddisfare la sua impellente e ingorda voglia di musica.
Per farlo, Ryan Adams si priva di tutti gli orpelli ingombranti intorno a lui e compone undici canzoni in solitaria che escono a suo nome senza essere seguito dai fidi Cardinals nelle note di copertina:”Adoro lavorare da solista: solo io, le mie canzoni e la mia anima messa a nudo”.
Registrate alla vecchia maniera analogica con l’aiuto del “mitico”produttore di decine di capolavori del rock, Glyn Johns, undici ballate ispirate che non fanno che confermare la sua carriera bulimica di musica, fatta come una montagna russa senza fine. Orge rock e delicati incontri folk-americana continuano a susseguirsi nella sua discografia con una logica che solo l’autore potrebbe spiegare.
Questa volta, Adams ritrova il basso profilo acustico, la vena romantica e l’amarezza creativa di dischi come Love is Hell (2003), alcuni tocchi oscuri di 29 (2005) e la semplicità country del primissimo Heartbreaker (2000) e incide il suo disco più ispirato da molti anni a questa parte e lo si capisce subito ascoltando l’introspettiva amarezza di Dirty rain che apre il disco con hammond e piano che dialogano sull’asfalto bagnato, chiarori di luna e campane che suonano. Ancora acqua che scorre nel up-tempo dall’incedere dylaniano della titletrack Ashes & Fire, ma sono fiumi di lacrime versate per amore che possono materializzarsi e diventare catene in Chains of Love, due minuti in crescendo con gli arranggiamenti orchestrali protagonisti.
La grevità solenne di Do I Wait che parte lenta con l’acustica ed un organo che fiata per sfociare in un assolo di chitarra elettrica che fa esplodere i chorus finali, sicuramente uno dei migliori momenti del disco.
Le delicate Come Home(…You built this house/ Built it stone by stone/ Hammer in your hand /You built his home /This house is strong /You raised it with your love /A shelter from the winds /From the cold and dark…), con le pedal steel in lontananza e la voce ospite diNorah Jones (insieme al vecchio amico Benmont Tench alle tastiere,graditi ospiti nell’intero disco) a fare da contrappunto a quella di Adams e Rocks sorretta dagli arrangiamenti e con Adams che declama il ritornello in falsetto (…I am not rocks in the river, I am birds singing…I am not rocks, I am not rain, I’m just another shadows in the stream…).
L’ombra dell’oscuro country del Neil Young di metà anni settanta aleggia su Invisible Riverside e nella bella ballad Save me, pianoforte, pedal steel e andamento ciondolante da caldo tramonto sullo sfondo. Mentre Lucky Now guarda al passato per apprezzare il presente nella canzone del disco che al primo ascolto rimane più in testa.

I love you but i don’t know what to say chiude il tutto, sottolineando la vena romantica che aleggia intorno ad Adams in questo suo periodo artistico. Pianoforte e arrangiamenti d’orchestra per una canzone che parla come avrebbe fatto il miglior Billy Joel confidenziale degli anni settanta.
Sempre sopra le righe, divoratore di musica, prolifico a dismisura, apprezzato ma anche odiato per il suo carattere da irascibile rockstar viziata, eclettico, sopravvalutato ed ignorato, menefreghista e passionario: Ryan Adams conferma che le rose che campeggiavano su Strangers Almanac, disco dei suoi vecchi Whiskeytown, sono ancora lontane dall’appassirsi. Un colpo di coda vincente.

enzocurelli.blogspot.com

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