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Rancid – Honor Is All We Know

2014 - Hellcat / Epitaph
punk / rock

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Tracklist

1.Back Where I Belong
2.Raise Your First
3.Collision Course
4.Evil’s My Friend
5.Honor Is All We Know
6.A Power Inside
7.In The Streets
8.Face Up
9.Already Dead
10.Diabolical
11.Malfunction
12.Now Where Through With You
13.Everybody’s Sufferin’
14.Grave Digger

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Otto anni dopo i NOFX, quattro anni dopo i Green Day, sempre in California, sempre a Berkeley, nascono i Rancid.  Un’altra band che si fa portavoce di quel complesso fenomeno culturale chiamato punk. Un genere musicale, certo. Uno stile di vita, anche. Il 1977 è lontano: “Never mind the bollocks, here’s the Sex Pistols” è ormai vecchio di quattordici anni. I Sex Pistols nemmeno esistono più, proprio come i Clash: “Cut The Crap” è stato il loro ultimo disco. Si sono sciolti anche i Damned, i Ramones affrontano la dura prova dell’abbandono di Dee Dee e i Bad Religion tornano, dopo una breve pausa, e sembrano essere uno degli ultimissimi baluardi per la salvezza del punk.
I giovanissimi Green Day hanno da poco pubblicato “39/Smooth” e a Poway, non molto distante da Berkeley, nascono anche i Blink-182. È l’esplosione di una nuova ondata di punk: lo chiamano “revival”, appunto. È la ripresa delle sonorità di quelle immense band che hanno scritto pagine di storia verso la fine degli anni settanta. Si usa dire “Punk is not dead”. È vero, il punk non è morto. Nel 1994 escono “Dookie”, apice della carriera dei Green Day e “Smash”, la consacrazione per un altro gruppo interessante per la scena punk: gli Offspring. Un anno dopo tocca ai Rancid. “…And Out Come The Wolves” , terzo appuntamento della loro carriera, è uno dei lavori più importanti per il punk degli anni novanta, un capolavoro che fuga gli ultimissimi dubbi sul valore della band. In estrema sintesi, la storia del punk e dei Rancid è questa.

2014: nel quarantesimo anniversario della formazione dei Ramones, quando in vita ci sono Buzzcocks e pochi altri gruppi storici, mentre Blink-182 e Sum 41 preferiscono sonorità più commerciali e i Green Day non fanno più punk rock vero da quattordici anni, i Rancid pubblicano “Honor Is All We Know”. Loro, da sempre vicini anche allo ska, hanno scelto la strada del punk. Quello più puro, quello più grezzo, quello più vero. Loro, fortemente influenzati da molti altri generi musicali, tra cui anche il reggae, come ammettono anche con “Roots Radicals” (uno dei maggiori successi della loro carriera), decidono di riportarci al ’77, l’anno zero del punk.
La voce roca di Tim Armstrong spicca nei quattordici pezzi dal forte impatto emotivo. Sonorità ska presenti in “Evil’s my friend”, uno dei pezzi migliori del disco insieme a “A Power Inside”, anche se, più che individuare la traccia più bella, è preferibile lasciarsi trasportare completamente dal punk rock degli eterni Rancid. Il coro di “Face Up” riporta vagamente alla memoria “Time Bomb”, mentre la chiusura è affidata “Everybody’s Suffering” e “Grave Digger”.
Il ritmo vicino allo ska del primo anticipa quello forsennato e molto punk del secondo.

I Rancid tornano per ricordarci, con quattordici pezzi e un disco di trentadue minuti di durata, che il punk non è morto. Anzi, è vivo e gode di buona salute, ormai soprattutto grazie a loro, che in maniera quasi anacronistica scelgono di percorrere la strada più difficile, ma anche quella più bella.
A differenza di molte altre band, specialmente in un contesto come quello punk, intrecciato alla giovinezza e alla ribellione, i Rancid hanno un grandissimo pregio: continuano imperterriti ad essere straordinariamente loro stessi, anche dopo più di vent’anni di carriera alle spalle.
Lunga vita al punk, lunga vita ai Rancid.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=rfACQqwts5k[/youtube]

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