Pietre miliari

“Yo! Bum Rush The Show”: i PUBLIC ENEMY e il preludio all’apocalisse

“Quando io e J abbiamo sentito per la prima volta Chuck D e Flavor Flav alla radio WBAU, siamo corsi da Rick Rubin con la registrazione e gli abbiamo detto: ‘Rick, Dio è sceso in terra e ha preso in mano il microfono!’. E lui ci fa: ‘Devo mettere sotto contratto questo tizio…’ solo in base a quello. Che ci crediate o meno, Russel (Simmons, co-fondatore della Def Jam) era davvero spaventato dalle cose che diceva Chuck. ‘La gente non li seguirà mai… E’ roba troppo radicale’. Mentre Rick diceva: ‘Questo è il futuro amico!’” ( Darryl DMC McDaniels, membro dei Run-DMC)

La storia dei Public Enemy, non inizia in qualche sobborgo malfamato della Grande Mela, bensì tra i banchi della prestigiosa Adelphi University di Long Island. Sul finire degli anni ’70, il sound system Spectrum City, cui facevano capo i fratelli Hank e Keith Boxley, stava contribuendo notevolmente a sdoganare tra i figli della nuova borghesia nera il ritmo dell’hip hop, che tanto aveva fatto ballare i coetanei del Bronx. Fu ad uno dei loro party che ebbero modo di conoscere uno studente di grafica, tale Carlton Ridenhour, in arte Chuck D. I due rimasero talmente impressionati dalla bravura con cui il ragazzo costruiva i propri rap, da chiedergli di rimanere nella crew come membro fisso. Grazie all’amicizia con uno studente di scienze della comunicazione, nel 1981 il trio riuscì a ottenere lo spazio per un programma radiofonico, sulle frequenze di una piccola emittente locale. Nel giro di un anno, divenne la stazione di punta per il rap a Long Island.

Oltre che per la qualità delle selezioni musicali, il pubblico iniziò a seguire con interesse il “Super Spectrum Mix Hour” per gli accesi dibattiti che vi si tenevano. Si discuteva animatamente di politica, attualità e cultura, senza trascurare comunque la musica e lo sport. Fu in questa sede che Chuck e i fratelli Boxley, ribattezati Hank e Keith Shocklee, iniziarono a manifestare posizioni dissidenti piuttosto radicali. Pur appartenendo a una minoranza privilegiata, erano assolutamente consapevoli delle difficili condizioni di vita in cui ancora verteva la stragrande maggioranza dei neri in America. I moti per i diritti civili degli anni ’60, avevano lasciato spazio a una spietata corsa all’imborghesimento durante la decade successiva. Ora, nel pieno dell’edonismo a tutti i costi degli anni ’80, parte della nuova popolazione afroamericana, più istruita ed emancipata economicamente, si riconosceva nella dottrina afrocentrica e separatista della Nation of Islam. Tuttavia, la mancanza di una figura carismatica quali furono a loro tempo Malcom X e Martin Luther King, nonché il recente scioglimento del Black Panther Party, lasciavano la nuova gioventù nera socialmente consapevole priva di solidi punti di riferimento.

Il successo del programma radiofonico degli Spectrum City, crebbe ulteriormente quando tra un mix di brani e l’altro, i ragazzi iniziarono a proporre materiale proprio. Il gruppo si era allargato con l’ingresso del dj Terminator X, che iniziò ad arricchire con i suoi scratch le basi assemblate dai fratelli Shocklee. Con l’affiancamento a questo trio del polistrumentista Eric “Vietnam” Sadler, nasceva il team produttivo che sarebbe divenuto celebre col nome di Bomb Squad. Sebbene tra le conoscenze di Chuck gli aspiranti mc non mancassero affatto, il giusto contraltare alla sua voce profonda e minacciosa fu individuato nelle cantilene beffarde di Flavor Flav, al secolo William Drayton, destinato a divenire l’hype man per antonomasia. Fu con questa formazione che nel 1984 il collettivo diede alle stampe il doppio singolo “Lies/ Check Out The Radio”.

Ancora privi della furia sonora che ne avrebbe contraddistinto le uscite successive, il gruppo non sembrava ancora avere messo a fuoco i propri punti di forza. Sebbene si avvertisse già l’assoluta centralità di Chuck in qualità di voce narrante, i giochi di parole, le invettive politiche, gli arditi sperimentalismi musicali, erano ancora ben lungi da venire. Nel ribollire di nuovi artisti che stava interessando la neonata scena hip hop, il singolo si rivelò un flop clamoroso. Non solo: il genere iniziava a manifestare tempi di riciclo brevissimi, caratteristica che ha mantenuto immutata fino ad oggi. Così, molto del seguito della Spectrum City, iniziò a migrare verso i party organizzati da nuovi e meglio equipaggiati sound system. Le drum machine iniziavano a cedere il passo a campionatori e sequencer e i mattatori delle feste, a una nuova ondata di rapper più interessati ad arricchirsi con la propria abilità al microfono e attirare belle ragazze, che a trasmettere un messaggio agli ascoltatori.

Delusa non solo dalla propria parabola discendente, ma anche dal nuovo corso intrapreso dalla musica che amava, la crew di Long Island si ritrovò in un clima di urgenza creativa e comunicativa senza precedenti. Per coniugare l’esigenza dell’approdo a un sound potente ed accattivante, con quella di dare una risposta ai numerosi detrattori che iniziavano a denigrarli pubblicamente, nel dicembre dell’84 il gruppo si rinchiuse nel proprio studiolo a registrare un tape di quattro pezzi. Su tutti spiccava “Public Enemy No.1”, nel cui testo Chuck e Flav si facevano apertamente beffe di chi prendeva un microfono in mano senza nulla da dire. “You got no rap, but you want a battle? It’s like havin’ a boat… But you got no paddle! […] You just got dissed, all but dismissed, sucker duck emcees… You get me pissed! […] For you grown up criers, now here’s a pair of pliers, get a job like your mother: I’ve heard she fixes old dryers!”. La strumentale, granitica e rumorosa, era stata ottenuta manipolando e sezionando l’intro di una vecchia incisione dei JB’s, la band di James Brown. E seppur ad uno stadio ancora molto elementare e grezzo, il nastro conteneva già in nuce, quelle che sarebbero state le carte vincenti della musica dei futuri Public Enemy.

La registrazione giunse alle orecchie dei Run-DMC, gruppo che in quel periodo stava affrontando il passaggio da intrattenitori delle feste universitarie, a realtà discografica con centinaia di migliaia di copie vendute all’attivo. Colpito dallo stile duro e privo di fronzoli degli Spectrum, il trio di Hollis aveva fatto pervenire al proprio nuovo direttore artistico, Rick Rubin, il tape contenente il materiale più recente del collettivo. Nel frattempo Chuck e soci si erano laureati, avevano dovuto a malincuore rinunciare al loro spazio radiofonico, e si preparavano a condurre un’esistenza segnata da impieghi mal pagati e discriminazioni razziali.

Malgrado la titubanza del suo socio in affari Russel Simmons, fratello maggiore di Run, Rubin si mostrò da subito entusiasta all’idea di scritturare gli autori di “Public Enemy No.1” per la propria etichetta. Tuttavia Chuck, ancora deluso dall’esperienza Spectrum, si dimostrò ben poco propenso all’idea. Rick e Russell avevano da poco fondato la Def Jam, con l’ambizioso proposito di divenire leader del nascente mercato discografico hip hop. A tale scopo, si erano già accaparrati la firma di LL Cool J, enfant prodige del rap del Queens, e si erano offerti di “svecchiare” (per quanto assurdo possa sembrare definire “vecchio” qualcosa con un paio d’anni di vita) il suono del gruppo del minore dei fratelli Simmons. Il tutto esaurito registrato dai primi singoli licenziati dall’etichetta, le fruttò un vantaggioso contratto con il colosso Columbia Records per la distribuzione. L’ingresso in pompa magna nel music business, avvenne nel Novembre 1985 con la pubblicazione del disco di esordio di LL, “Radio”, che a cinque mesi dalla pubblicazione poteva vantare già la bellezza di cinquecentomila esemplari venduti. Ma la consacrazione definitiva di genere, etichetta e producer, avverrà l’anno dopo con la clamorosa doppietta messa a segno con “Licensed to Ill” dei Beastie Boys e “Rising Hell” dei Run-DMC. Senza dimenticare l’enorme successo riscosso sul versante metal con “Reign in Blood” degli Slayer.

Non ci è dato sapere se a convincere Chuck a cedere all’insistenza di Rubin, sia stata l’esplosione della sua etichetta o il raggiungimento di una nuova consapevolezza. A detta dello stesso, parte del suo scetticismo iniziale era dovuto al fatto che passati i venticinque anni, iniziasse a sentirsi troppo vecchio per competere con le nuove leve che spuntavano come funghi. Fatto sta che dopo due anni di rifiuti, accettò finalmente di avere un colloquio col rampante produttore e discografico. Di una sola cosa il rapper era sicuro: qualunque fosse l’impresa in cui si stava imbarcando, non voleva affrontarla da solo. Messi al corrente degli eventi i vecchi compagni Bomb Squad e Flavor Flav, il gruppo iniziò ufficialmente a dedicarsi alle registrazioni di “Yo! Bum Rush the Show” nell’autunno dell’86. I due anni di pausa erano serviti a tutti per affinare le proprie abilità. Dal canto suo, Rubin lasciò piena autonomia al gruppo, occupandosi solo del missaggio. Sebbene più consapevoli dei propri mezzi e consci del messaggio che avrebbero voluto mandare, i ragazzi sentivano di avere bisogno di un nome e un’immagine assai forti per imporsi all’attenzione della gente. Coniato il monicker Public Enemy, e convocato il vecchio amico Richard “Professor Griff” Griffin in qualità di addetto stampa e coreografo, il gruppo sembrava finalmente pronto per “rovinare la festa a tutti”.

A distanza di trent’anni, l’album mostra ancora più evidentemente i propri limiti. Le produzioni della Bomb Squad, basate sull’assemblaggio di micro campionamenti, mutuati principalmente dal funk, sopra corposi break di batteria, e solcate dagli scratch taglienti di Terminator X, seppur originali e facilmente riconoscibili, non avevano ancora raggiunto il pieno livello di compiutezza. Chuck D e Flavor Flav, assolutamente complementari nel loro interplay, ma con la presenza del primo decisamente predominante, erano ancora in bilico tra la figura di “rapper impegnati” e quella più accattivante di “tipi tosti della zona”. Esempio lampante ne è il singolo di lancio “You’re gonna get yours!”, ode alla Oldsmobile ’98 con cui il gruppo era solito presentarsi ai party.

Ancora più specie, data la reputazione di attivisti militanti che avrebbe accompagnato il gruppo a partire dagli anni seguenti, potrebbe fare il testo di “Sophisticated Bitch”. Senza remora alcuna, Mista Chuck deride impietosamente una ragazza dipinta come attenta al solo conto in banca dei suoi pretendenti, ma che al contempo cerca di darsi delle arie da “donna di classe”. Il racconto non finisce bene: sorpresa dall’ennesimo partner occasionale a frugargli nelle tasche, la “cercatrice d’oro” viene percossa fin quasi alla morte.

Tuttavia, già tra i solchi di quest’opera prima, si possono riscontrare tracce dell’esplicito impegno politico, che avrebbe contraddistinto la crew per tutta la sua carriera. E’ il caso di brani come “Miuzi Weighs a Ton”, profetica nel dipingere l’avvento dei PE in qualità di “cantori dell’Apocalisse”, “Timebomb” e soprattutto “Rightstarter (Message to a Black Man)”, deciso quanto ingenuo invito al cambio di mentalità da parte della comunità nera americana.

Il disco fu apertamente osteggiato dalla scena rap newyorkese. Celebre è l’episodio occorso durante la trasmissione radiofonica “Rap Attack” condotta dal disc jockey e veterano dell’ambiente Mr Magic. Non solo passò una sola volta “Public Enemy No1”, ma non si fece problemi a dichiarare che gli faceva schifo a microfoni aperti. Le sue sprezzanti parole: “…no more music by the suckers!”, verranno in seguito campionate e utilizzate dal gruppo per rispondergli. Ad ogni modo, i dati di vendita non erano incoraggianti e gli ingaggi per le performance live scarseggiavano. A una prima ondata di recensioni positive, non tardò a seguirne una seconda di segno diametralmente opposto. I PE venivano dipinti non solo come musicalmente noiosi, ma anche assolutamente confusi nell’ostentazione della loro negritudine. Col senno di poi, potremmo dire che il fallimento commerciale di “Yo! Bum Rush the Show”, e la sassaiola mediatica che ne accompagnò l’uscita, furono il giusto carburante che alimentò la rabbia latente della crew, portandola l’anno successivo ad assemblare il seminale “It Takes a Nation of Millions to Hold us Back”. Un disco destinato a cambiare per sempre non solo il destino dei Public Enemy, ma dell’hip hop tutto. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

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