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Slowdive – Slowdive

2017 - Dead Oceans
shoegaze / dream-pop

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Tracklist

1.   Slomo
2.  Star Roving
3.  Don't Know Why
4.  Sugar for the Pill
5.  Everyone Knows
6.  No Longer Making Time
7.  Go Get It
8. Falling Ashes


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Quando si prova a raccontare un disco come il self titled degli Slowdive, il rischio è di prestare il fianco all’elemento nostalgico e di esserne brutalmente sopraffatti. Al di là dei gusti personali, non si può negare il contributo offerto dalla band di Reading allo sviluppo di un genere che aveva conosciuto il suo picco di popolarità nel primo lustro degli anni novanta, nonostante lo snodo storico cruciale rappresentato da m b v dei My Bloody Valentine in tempi decisamente più recenti.

Slowdive arriva a ventidue anni di distanza dal controverso Pygmalion e dal conseguente scioglimento de facto, in un’epoca profondamente cambiata rispetto a quella in cui si erano messi in luce, accompagnato, come ogni ritorno romantico, dall’hype e – permettete – dal naturale timore di un flop.

Per valutare nella maniera più oggettiva possibile un disco che faticherà (e non poco) a mettere d’accordo tutti, è necessario contestualizzarlo, riconoscendo che, al netto di m b v e pochissimi altri lavori, stiamo parlando di uno dei migliori dischi shoegaze di questa decade. Ma Slowdive è anche un disco che difficilmente può giustificare un’attesa così lunga: forse era già tardi per prendersi dei rischi e tentare di dare forma ad una pietra miliare del genere, ma è indubbio che la band abbia osato poco e abbia confezionato un prodotto simile a quello che un fan si sarebbe aspettato subito dopo Pygmalion.

Slowdive trova la sua forza nei suoni, sempre perfetti e capaci di suggerire gli scenari onirici a cui siamo abituati, più che in una scrittura priva di guizzi particolari. Nonostante ciò, comunque, non conosce reali momenti d’affanno, a partire dalle ambientazioni cinematografiche e solenni dell’opener Slomo che creano, nel finale, la tensione necessaria per esaltare il timbro di Rachel Goswell. Se l’atmosfera elettrica di Star Roving convince, meno a fuoco sembra la successiva Don’t Know Why¸ mentre a tenere in piedi il singolo Sugar For The Pill è una melodia soffusa, suggerita dal suono mellifluo della chitarra e dallo scheletrico basso di Nick Chaplin. Everyone Knows è il vero acuto di Slowdive: le salite e le discese, avvolte nella nebbia, il pathos perennemente alto e l’etereo falsetto di Rachel Goswell costruiscono un ottimo brano, che s’increspa e si scioglie a intervalli più o meno regolari sino a un finale ipnotico e mozzafiato. La successiva No Longer Making Time tiene il passo di Everyone Knows, mentre tenebre e atmosfere rarefatte avvolgono l’ottima Go Get It, la cui struttura presenta un climax che si esaurisce in fretta prima di accartocciarsi su se stessa. Gli otto inafferrabili minuti di Falling Ashes ripropongono scenari filmici e suggellano l’atteso ritorno degli Slowdive.

Slowdive non lascerà una scia imperitura nella storia di un genere di cui la band si è sempre fatta autorevole portavoce e non presenta neanche grosse innovazioni tecniche o stilistiche, ma, nonostante lo scetticismo, ha comunque assolutamente ragione di esistere anche in un momento non felicissimo per questa corrente. Per quanto chi scrive non ami dare un voto ai dischi, una precisazione sembra doverosa: a stupire è la facilità con la quale gli inglesi hanno saputo creare un prodotto capace di superare in scioltezza la sufficienza anche soltanto grazie all’esercizio di stile e alla produzione, a lasciare con l’amaro in bocca è la sensazione che non sarebbe servito molto più di una scrittura maggiormente elaborata per fare un vero e proprio salto di qualità.

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