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Vince Staples – Big Fish Theory

2017 - ARTium / Blacksmith / Def Jam
alternative hip hop / elettronica

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Tracklist

1. Crabs in a Bucket
2. Big Fish
3. Alyssa Interlude
4. Love Can Be (feat. Kilo Kish)
5. 745
6. Ramona Park Is Yankee Stadium
7. Yeah Right (feat. Kendrick Lamar)
8. Homage
9. SAMO (feat. Kilo Kish)
10. Party People
11. Bagbak
12. Rain Come Down (feat. Ty Dolla $ign)


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La storia di Vince Staples è abbastanza tipica: cresciuto nei difficili sobborghi di Long Beach, sottratto al giogo di una vita di espedienti dalla passione per la musica. Emerso tramite alcuni interessanti lavori autoprodotti, le sue inequivocabili doti di liricista gli varranno nientemeno che un tour con Common prima e un contratto con la Def Jam poi.

Sotto la supervisione di No I.D., producer assai navigato e talentuoso, appronterà nel 2015 il doppio LP d’esordio Summertime ’06”. Album per cui, una volta tanto, il termine capolavoro non viene utilizzato a sproposito: al minimalismo delle basi del proprio mentore, scure e minacciose come non mai, il giovane rapper californiano contrappone una verve lirica assolutamente fuori dal comune. Realisticamente crudo, cinico ai limiti del nichilismo, amaramente sarcastico, Vince imbastisce una narrazione da scrittore navigato, ricostruendo gli avvenimenti di un’estate che ha segnato indelebilmente la sua vita. Il vivido spaccato di periferia urbana emerso dai testi, gli varrà i favori della critica più attenta. Purtroppo, quelli di un pubblico numeroso sembrano ancora di là da venire.

Contraddistintosi per intelligenza e senso dell’umorismo nelle interviste, l’anno scorso l’EP “Prima Donna”, ne ha confermato originalità e incuranza nei confronti delle tendenze di mercato, facendolo ritrovare a flirtare col rock e l’elettronica. Ottenuta un’altra importante vetrina presenziando sull’ultimo album dei Gorillaz, la stampa musicale ha iniziato a creare notevole attesa attorno al suo nuovo album. Anticipato come consuetudine da una manciata di brani che ne lasciavano già intuire la deriva verso territori più marcatamente elettronici, “Big Fish Theory” è infine giunto alle orecchie di quanti lo stavano attendendo. Il concept costruito attorno al titolo del disco, è presto spiegato: se costretti in un acquario domestico i pesci tendono a mantenere piccole dimensioni, crescendo invece smisuratamente se liberi di nuotare in acque prive di confini artificiali. Abbracciando un turbine di elettronica cosmopolita il rapper californiano persegue tale proposito per la propria musica. Offrendoci un ascolto tutt’altro che facile.

Sul singolo “Big Fish”,  il duo Christian Rich coniuga alla perfezione il sound del rap della West Coast con quello dell’house di Chicago mentre il nostro, ben lontano dalla mera ostentazione dei propri traguardi tipica del genere, ripercorre i propri difficili trascorsi esplicitando la propria ferrea volontà a non lasciarsi catalogare da una società assuefatta agli stereotipi. Musicato dai GTA e con la partecipazione delle vecchie conoscenze Damon Albarn e Kilo Kish, “Love Can Be…” è un pezzo di dance futuristica e schizoide. “Yeah Right”, attesissimo e decisamente ben realizzato duetto con Kendrick Lamar, è un attacco al lato più materialista del rap game, indirizzato su di un sottofondo liquido e sinuoso, scandito da decise rullate e bassi frantuma vetri forniti dall’inglese SOPHIE. E’ infatti soprattutto all’Inghilterra, da sempre amante degli ibridi di musica nera ed elettronica, che l’album sembra guardare a più riprese.

I synth che introducono “Crabs in a Bucket”, a taluni potrebbero ricordare addirittura le note iniziali di “The Cold Vein” dei Cannibal Ox, data l’atmosfera epica che creano. “Homage” aumenta i bpm e rinnova la convinzione nel proseguire per la propria strada a dispetto dei pareri altrui , “SAMO” è una combo vincente di suoni penetranti e classe al microfono, “Party People” è la vittoria del groove sulle droghe, che l’artista evita categoricamente in quanto già impegnato a gestire i propri problemi d’ansia (“Good vibrations is all I need!”).

Sebbene l’album si affidi spesso e volentieri ai soli suoni per comunicare il senso di conflitto interiore e disprezzo per il conformismo dell’autore, la sua scrittura lucida e calibrata, che ha già conquistato molti due anni fa, emerge in tutta la sua potenza immaginifica in “745”  e “BagBak”. La prima, probabilmente la traccia più vicina all’hip hop classico del lotto, fatto curioso poiché prodotta da un’artista più avvezzo alla techno come Jimmy Edgar, è la narrazione di un giro in auto che porta con sé la speranza di potersi innamorare. Il giro di basso si appiccica alle orecchie senza fare prigionieri, ogni parola pesa una tonnellata e colpisce dritto al plesso. La seconda, potente e martellante, sebbene Vince abbia dichiarato (probabilmente prendendo tutti in giro) di averne messo insieme le parole solo in base alla valenza fonetica, spara a zero su alcuni fenomeni che hanno interessato la comunità afroamericana di recente, dalla gentrificazione dei quartieri popolari agli abusi della polizia.

Non ha veramente alcun senso scindere i 12 frammenti che compongono questa sorta di “manifesto futurista dell’arte nera”. Sebbene sia inevitabile avvertire una certa pesantezza di fondo, i soli 36 minuti di durata ne facilitano l’assimilazione per intero. Indubbiamente coraggioso e sperimentale, tamarro quel tanto che basta per farsi apprezzare da orecchie meno attente nel cogliere la freschezza delle soluzioni musicali adottate.

Al pari e forse anche più del suo ottimo predecessore, “Big Fish Theory” non è e non vuole essere un disco per tutti. Ci si augura la spregiudicatezza e l’intelligenza con cui Vince Staples smantella gli stereotipi del genere, non vengano più ignorate a lungo.

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