Jenny Hval – Classic Objects

Recensione del disco “Classic Objects” (Matador, 2022) di Jenny Hval. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

“Just me”, così Jenny Hval si è vista nel 2020, come tutti quanti, dice. Solo lei, lei e le storie che dipinge, perché sembra scriva col pennello, più ancora che in passato perché è ancora una volta andata oltre, oltre “The Practice Of Love” e il progetto Lost Girls, al di là di una barriera che non c’è mai stata, ché è nella sua libertà che trova un suo spazio e una percezione precisa.

Si possono scorgere colori annegati in litri d’acqua e di storie, storie semplici, quelle che Hval scrive e il cui legame va a formare “Classic Objects” e che si stringe attorno al tempo più plumbeo della pandemia, il momento preciso in cui solitudine e silenzio hanno richiamato alla mente voci che prima non si sentivano e che ora si imprimono, trasformandosi, incontrando una voce sempre più leggiadra nel suo imporsi narratrice spesso impietosa. Sembrano sconosciuti che si incrociano sul marciapiede, voce e musica, e subito legano perché era destino che lo facessero ma senza fondersi, camminano parallele e coprono lunghe distanze e altrettanto lunghe narrazioni. In prima persona Hval osserva un mondo immobile in cui poche sono le cose a muoversi e qui si scontrano con percussioni sempre presenti, parte di un discorso lineare tutto giocato su dinamiche morbide, gli strumenti fanno il loro ingresso in medias res, memori di un gioco arty concatenato.

Ci sono momenti di allucinazione testuale e rumori drenanti (Jupiter), stasi increspate da ricordi dolorosi (Cemetery Of Splendour nel il passaggio “Once you played in empty bars / Performing for the beer tap and the pool tables”), danze a braccia aperte dal sapore libero e tribale (Year Of Love), esplosioni luminose che si fanno preghiere politicizzate che nascondo frustrazione e rabbia dietro l’apollineo (“I wanna live in a democracy / somewhere we are just free / Not that it ever was” implora Jenny in Freedom e quel richiamo a Gil-Scott Heron di cui si riveste la soulful-dreamy The Revolution Will Not Be Owned memore di certi Goldfrapp), tutte tessere di un puzzle che va via via a delineare un quadro pop marmorizzato.

È più chiaro che mai che in un mondo congelato Jenny Hval abbia trovato una via per muoversi ed evolvere un sound già affilato di per sé. “Classic Objects” ne è la prova concreta.

Post Simili