1. Lay down
2. To be a rose
3. I want to start at the beginning
4. All night long
5. Heiner muller
6. You died
7. Spirit mist
8. I don’t know what free is
9. The artist is absent
10. Huffing my arm
11. The gift
12. A ballad
13. I want the end to sound like this
“Iris Silver Mist“, il nuovo album di Jenny Hval, parte da un’idea semplice e affascinante: tradurre in musica l’esperienza di un profumo. Il riferimento al romanzo Il Profumo di Patrick Süskind viene naturale, ma qui non c’è alcuna ossessione violenta, come quella del suo ossessivo protagonista. Piuttosto, c’è il desiderio di esplorare ciò che è sfuggente e impalpabile, come l’odore, la memoria, o una sensazione che non si riesce a descrivere a parole. Hval utilizza il suono come strumento per indagare queste percezioni sottili, spesso istantanee, traducendole in flusso di coscienza musicale estremamente libero.
Il disco nasce durante la pandemia: l’artista norvegese si è ritrovata confinata, come tutti, in uno spazio ristretto, e ha riscoperto la sua passione per i profumi. In un’epoca in cui il mondo sembrava essersi ristretto al perimetro di una stanza, un odore poteva diventare una fuga, un portale sensoriale verso un altrove. “Iris Silver Mist“ è il frutto della tensione tra chiusura e desiderio di espansione.
Il titolo stesso, preso in prestito da un celebre profumo realizzato da Maurice Roucel, già suggerisce un ascolto che si muove più per diffusione che per impatto. E così è: “Iris Silver Mist” è un disco rarefatto e lussureggiante, che abbandona le strutture più nitide del precedente “Classic Objects” per abbracciare un approccio atmosferico e riflessivo, quasi rituale. I brani si sviluppano come spore olfattive, spirali di suono che si dissolvono nell’aria prima ancora di poter essere afferrate.
Le canzoni in scaletta sembrano attraversate da un’intuizione sinestetica: in To Be a Rose, le percussioni ossessive si intrecciano a un ritornello che riporta alla mente l’art pop del disco precedente, mentre in You Died la melodia emerge come un pensiero che cerca di farsi forma nell’oscurità. In All Night Long, l’atmosfera si fa più inquietante, quasi onirica. Spirit Mist, invece, si muove su coordinate minimali e sperimentali, quasi come un canto ridotto alla sua eco più distante. In mezzo a queste atmosfere sospese, I Don’t Know What Free Is si immerge nel jazz, mentre The Artist is Absent e The Gift flirtano con l’EDM. La conclusiva I Want the End to Sound Like This si fa spazio in una sospensione ambient, svelando didascalicamente il concetto stesso dell’album: l’idea di finire nel suono, o forse nel suo svanire. Tutti brani, insomma, che, pur avendo meno mordente rispetto a quelli di “Classic Objects“, rimangono comunque estremamente evocativi, come una discesa lenta sul crinale di ricordi indefiniti.
C’è una spiritualità quieta che attraversa il disco — non religiosa, ma mistica nel senso più ampio. Jenny Hval ha d’altronde sempre avuto una scrittura orientata alle terre di confine tra fisicità e simbolismi, e qui porta questo impulso al suo culmine. “Iris Silver Mist” brilla nel silenzio che lascia attorno a sé, come certi ricordi che non svaniscono, ma si fanno più nitidi proprio quando smettiamo di inseguirli.
Forse non esiste un profumo che descriva esattamente ciò che Jenny Hval ha composto con questo album. Se ne percepiscono però diverse molecole, leggere o inquietanti, comunque inafferrabili, un pulviscolo sottile e argenteo che si posa sulla realtà e che per un attimo la rende più strana, perfino più vera.