Melvins – Bad Mood Rising
Recensione “Bad Mood Rising” (Amphetamine Reptile Records, 2022) dei Melvins. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
A inizio ottobre, nel proverbiale mercatino delle pulci qui nella mia ridente cittadina in mezzo al nulla, sono riuscito a mettere le mani su “Honky”, Il secondo e ultimo album che i Melvins hanno inciso con la Amphetamine Reptile nell’ormai lontanissimo 1997, per il resto si sono accasati e affidati a mamma Ipecac e tanti saluti. È cosa però nota che già dieci anni più tardi Buzz Osborne e Dale Crover hanno deciso di rientrare con una manciata di EP e amenità di vario tipo per la l’etichetta di Tom Hazelmyer, tana di tutto il noise rock che conta dalla sua “nascita” in poi, non ultimo pure un dischetto che Buzzo e Trevor Dunn hanno inciso assieme a nome King Dunn e che o lo compri sul sito della label o tanti saluti (e io l’ho ben comprato, che vi credete?).
La stessa cosa è inizialmente accaduta alla nuova fatica in studio del trio più longevo e mefistofelico dell’ormai (letteralmente) sepolta scena di Seattle: in primis acquistabile solo in tour negli States, ristampato e disponibile come sopra. Sono scelte, e le scelte difficoltose sono parte integrante di una band che mai nulla ha avuto a che vedere col mainstream, rifuggendolo nonostante le sirene ascoltate dai propri amici/pupilli/vicini di casa ai tempi d’oro che furono. Così la velocità a cui questi gentlemen registrano e pubblicano roba è al di sopra delle capacità di assimilazione, tant’è che è il terzo album in poco più di un anno viene sparato fuori a nome Melvins, preceduto dal mortale “Working With God” e dall’assurda raccolta di “hit” tramutate in demoni unplugged “Five Legged Dog”. D’altro canto cosa gliene frega, a questi? Posso fare quel cazzo gli pare e lo fanno.
Contravvenendo infatti ad ogni regola rimasta in piedi, eccoli aprire “Bad Mood Rising” (sberleffo giocato sul celeberrimo brano dei Credence ma pure l’album dei compagni rumorosi Sonic Youth e non poteva essere altrimenti) con un brano monumentale, esageratamente lungo e indigeribile. Mister Dog Is Totally Right è infatti un blocco di cemento armato che frigge e sfrigola in una padella noise delle dimensioni di un palazzo, alla chitarra troviamo uno che di roba impossibile se ne intende, quel Dylan Carlson già maestro d’a(ngo)scia negli Earth, e infatti il tutto si risolve in una reazione a catena di lentezza e distorsioni sormontate da voci che restituiscono all’ascoltatore tutto l’amore di Osborne per i Beatles e tutta quella roba pop-corale Sessantiana che in molti della generazione cui faccio parte non riesce proprio a legarla a certe legnate infami. Il risultato è straniante e ci va un po’ a mandarlo giù. Bisogna berci sopra parecchio e qualcosa di amaro resta lì incastrato tra i denti, ché i tempi di Boris e Hung Bunny (entrambe opener dei rispettivi album in cui sono contenute ca vans san dire) sono lontani anni luce.
Non ci sono invece soverchi dubbi su quanto invece segue. Come tank impietosi My Discomfort Is Radiant e Never Say You’re Sorry non lasciano nulla in piedi al loro passaggio, con la prima a rievocare gli antichi fasti sabbathiani a gran voce, tra suoni di chitarra spaventosi e accelerazioni sulla scia del doom primevo più sozzo e malvagio. Tratti di leggiadria psichedelica si fanno vivi in It Won’t Or It Might che vede la voce principale passare alle retrovie dalecroveriane e, a rendere il tutto più aulico/allucinato ci pensano i synth del produttore Toshi Kasai, presi tutti assieme nella parte centrale del brano fanno librare il tutto sempre più in alto e, anche qui, qualcosa lascia interdetti. Funziona ma sfugge, collocandosi in un interstizio che non si sviluppa mai, esattamente come l’atmosfera pregna di r’n’r “sbarazzino” che apre Hammering, salvo poi mostrare vestigia di malvagità che in extremis salvano un pezzo piuttosto claudicante, o piuttosto, portano a casa la pelle. A salvare la baracca ci pensa invece The Receiver And The Empire State, stralunata botta di adrenalina con la traduzione del codice punk alla maniera dei pazzi, con un bell’inserimento di tabla sotto tutta l’elettricità a rendere il tutto più sbilenco che mai.
Le buche nell’asfalto di norma sono l’ingrediente che rende un album degno di essere definito “un disco dei Melvins”. Questa volta, però, sono scossoni per nulla piacevoli. Non c’è la scintilla che appicca l’incendio come invece era evidente nella formazione “1983”, che poi sempre della stessa band si parla. Non della medesima forma mentis, parrebbe.




