Laure Briard – Ne Pas Trop Rester Bleue

Recensione del disco “Ne pas trop rester bleue” (Midnight Special Records, 2023) di Laure Briard. A cura di Maria Macchia.

Non bisogna essere tristi troppo a lungo: meglio sorseggiare un cocktail di pop, soul e psichedelia e lasciarsi pervadere dall’ottimismo. Non è più, dunque il tempo della malinconia e dell’introspezione, ma è giunto il momento di rivolgere lo sguardo verso cieli sereni rischiarati dalla luce del sole: questo il messaggio dell’ultimo album di Laure Briard, “Ne pas trop rester bleue”.

Briard è una giovane cantautrice originaria di Tolosa che, definita dalla critica ‘degna ereditiera di Françoise Hardy’, nei suoi dieci anni di attività ha dato vita ad una serie di dischi intimisti, intrisi di realismo e poesia, in cui la dolcezza si combina con la consapevolezza della drammaticità dell’esistenza. La sua produzione comprende quattro EP e tre album, in cui canta in francese, inglese e portoghese. Negli EP “Eu Voo” (2021) e “Coração Louco” (2018) Laure ha collaborato con i brasiliani Boogarins, mentre i suoi album “Révélation” (2015), “Sur la piste de danse” (2016) e “Un peu plus d’amour, s’il vous plaît” (2019) sono improntati ad una miscela di pop, rock psichedelico e bossa nova che fa rivivere atmosfere anni ’60 e trasporta gli ascoltatori in luoghi esotici. Il suo nuovo lavoro, però, riflette un’evoluzione personale, una virata verso direzioni più leggere e luminose ed atmosfere più solari, che si riflette tanto nei testi quanto nell’aspetto musicale.

Laure è molto legata al continente al di là dell’oceano, non solo per le sue collaborazioni, ma anche per le proprie fonti di ispirazione. Dopo la recente ‘fuga’ sudamericana e i suoi tour in America Latina e negli Stati Uniti, il nuovo album le ha richiesto quasi tre anni di lavoro, interrotti e insieme arricchiti dai suoi viaggi, ed è nato, in particolare, dopo un soggiorno in California e nel deserto di Joshua Tree, noto per le sue gelide temperature notturne e il suo torrido clima diurno. A due ore di auto dalla Città degli Angeli, questo remoto parco nazionale è una ‘terra di nessuno’ dove lo spazio e il tempo sembrano estendersi all’infinito. Il contatto con questa location ricca di fascino, che rimanda all’idea di un’America obsoleta e ossessionata dalle sue leggende passate, si è rivelata un’esperienza stimolante e catartica per l’artista. Una volta tornata in Francia, Briard ha così iniziato a sviluppare le sue idee musicali, lavorando a stretto contatto con i suoi fedeli collaboratori Julien Gasc e Vincent Guyot. Partendo da embrioni di tracce per piano e voce registrate sul telefono, i brani hanno iniziato a prendere forma con l’apporto di Gasc alla chitarra e Guyot al pianoforte; successivamente la cantautrice si è recata in studio, dove l’intero album è stato realizzato in una sola settimana. Come altri suoi lavori, anche quest’ultimo è caratterizzato dall’alternarsi di tracce in inglese e francese, entrambi canali espressivi con i quali ella sembra sentirsi a proprio agio. 

 “Ne pas trop rester bleue” è un susseguirsi di storie autobiografiche, un diario intimo in cui, però, anche le disavventure sentimentali possono avere inediti risvolti positivi. L’ascolto si apre con The Smell Of Your Hair, che ha qualche sonorità beatlesiana, o meglio ancora, maccartiana, nel dialogo tra archi, fiati, cori e tastiere, e nella seconda parte ha un’inaspettata virata soul alla Motown. La canzone racconta di un incontro, di una passione fugace sotto il sole californiano cullata dal suono del vento e dal canto degli uccelli. Anche se il cuore della protagonista verrà infranto, il brano è pieno di energia, vivacità e sensualità, con un groove alla Carole King. La title track è invece pervasa da una sottile malinconia, che però si tinge di serenità, mentre più meditativa è la successiva Lady Adventurer, che tratteggia una figura femminile libera e solitaria: “she belongs to nowhere, nobody, free spirit, no boundaries…” Uno dei brani di punta poi è My Love Is Right, dove un’intro di pianoforte e basso in cui Laure auspica di potersi purificare dalle ‘cattive vibrazioni’, seguita dall’intervento della batteria, ci catapulta nella strofa. Si cambia poi marcia con l’ingresso di archi, armonie vocali, chitarra e tastiere che si combinano con la strumentazione rock vintage creando un suono pop sinfonico. All’ultimo ritornello, infine, veniamo sopresi da un assolo di flauto, in un perfetto equilibrio tra nostalgia e modernità. Altro pezzo degno di nota è Magical Cowboy, storia di un mandriano spezzacuori, che con la sua ironica atmosfera da musical d’altri tempi rimanda quasi al vaudeville di Honey Pie, sempre per citare McCartney. Ipnotica e suadente è Ciel mer azur: il cielo che sovrasta Laure non può essere che turchino, sgombro di nubi, mentre il sole si riflette nelle acque del mare.

L’album si conclude in un vortice incantatorio con Au diable le coeur arraché, con una intro di piano che ci conduce prima in un valzer, tenendoci per mano, e poi ci trascina in un finale psichedelico che allarga la coscienza e che si interrompe bruscamente, suggerendo (e qui il rimando è a Saint-Exupéry) che per ogni fine c’è un nuovo inizio, un nuovo altrove, un nuovo capitolo tutto da scrivere nelle pagine bianche che restano nel libro dell’esistenza.

Un ascolto raffinato, piacevolissimo, gustoso, dolce ma non stucchevole, per i nostalgici dei Sixties e della psichedelia (e non solo), che conferma Laure Briard come una interessante proposta d’Oltralpe che merita, senza dubbio, attenzione anche dalle nostre parti.

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