Divide and Dissolve – Systemic
Recensione del disco “Systemic” (Invada, 2023) delle Divide and Dissolve. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
“I sistemi basati sull’odio falliscono sempre”. Questo è uno dei pensieri che sta dietro, anzi, proprio di fronte, all’opera delle Divide and Dissolve. Sarebbe bello fosse vero. Se i sistemi che nascono e fioriscono attorno all’idea che l’odio sociale siano caduci e non abbiano quindi un futuro certo se non sulla breve distanza ma, purtroppo, la realtà è sempre la peggiore possibile. Lo vediamo in questi giorni, ché nemmeno la morte di uno dei più grandi fautori d’odio del nostro Paese (inutili dirvi di chi si tratti) ha segnato la fine del sistema iniquo da lui ordito per quasi trent’anni. Siamo (noi popolo) una sua colonia, come tutti coloro che hanno subìto il giogo di forze di potere annichilenti, e chiediamo di essere “decolonizzati ora”, così come chi servo lo è ancora, davvero.
Eppure c’è sempre spazio per la speranza, o almeno questo è il messaggio che Takiaya Reed, mente e anima del gruppo, un messaggio che viene lanciato nello spazio e attraverso il tempo, fino ad arrivare ai propri antenati, che di quel sistema costruito su sangue e annientamento hanno pagato il caro prezzo. Spezzare il “ciclo della violenza” grazie alla violenza sonora, una sorta di catarsi fatta di fatica e asperità. “Systemic” si pone oltre “Gas Lit”, come fosse un’altra tappa di un viaggio univoco in una discografia che fa del significato nascosto dietro a nessuna parola (o quasi) un messaggio che va per forza recapitato e ascoltato con attenzione, interiorizzando ogni singolo punto di appoggio.
Lo sguardo uditivo si perde nella vastità della spianata di cui “Systemic” è simulacro. Lentezza che esaspera irrorata da melodie oblianti, un senso di claustrofobia che si scontra con lo scenario aperto, recrudescenze doom senza via di scampo che danneggiano i circuiti della scheda madre dall’interno intonando preghiere elettrificate al cui fianco camminano elementi nuovi, diametralmente opposti, un’orchestra di archi di cristallo che fanno da contraltare alla ferocia ampliandone lo spettro già di per sé aperto al massimo, togliendo fiato, portando la mente oltre l’idea di confine (Indignation è pietra angolare piantata in un Medioriente fatto di dolore e sogni).
Questo introiettarsi di sensazioni “classiche” trova il suo momento apicale in Kingdom of Fear, unica traccia accompagnata dalla voce di Minori Sanchiz-Fung, una preghiera ancestrale che chiede gioia libera in un regno di terrore, che non si arretri di un passo nel cammino verso la libertà, mentre tutt’attorno la paura sonora le si stringe attorno, come una morsa, in sospensione, spaventosa. Quella per cui i popoli chiedono di essere liberati, ché forse la musica non potrà ribaltare le sorti del mondo, ma nel piccolo sì, può. È un discorso trito, forse, ma non per questo va accantonato.
Le Divide And Dissolve lo sanno e continuano a essere il megafono di questa liberazione.




